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Provenzano: “Dai Democratici Usa una lezione per noi: si vince se si è uniti”

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Il responsabile Esteri del partito: “Per battere le destre la strada obbligata è costruire coalizioni ampie e insistere sui temi sociali”
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CHICAGO — «È una strada obbligata, per battere questa destra, cercare l’unità più ampia ma con un messaggio politico chiaro, che risponda alle esigenze concrete di chi fatica». È la convinzione con cui torna da Chicago Peppe Provenzano, Responsabile Esteri del Pd.

Cosa l’ha colpita della Convention democratica?

«La passione politica, che anche noi dobbiamo riscoprire. Migliaia di volontari, una straordinaria diversità, accomunata dall’idea che l’altro non è un nemico da abbattere, ma parte della soluzione dei problemi. È la differenza di fondo con la destra».

Perché è così importante?

«Affrontiamo in Europa e in Italia la stessa destra. A Milwaukee tra i repubblicani abbiamo avuto la celebrazione di un capo. La Convention democratica è stata invece il culmine di un processo che ha visto come protagonista un partito. La scelta di Harris e Walz ha riaperto la partita, superando il paradosso di un Partito democratico forte ma con la debolezza della candidatura di Biden. Trump o…

CHICAGO — «È una strada obbligata, per battere questa destra, cercare l’unità più ampia ma con un messaggio politico chiaro, che risponda alle esigenze concrete di chi fatica». È la convinzione con cui torna da Chicago Peppe Provenzano, Responsabile Esteri del Pd.

Cosa l’ha colpita della Convention democratica?

«La passione politica, che anche noi dobbiamo riscoprire. Migliaia di volontari, una straordinaria diversità, accomunata dall’idea che l’altro non è un nemico da abbattere, ma parte della soluzione dei problemi. È la differenza di fondo con la destra».

Perché è così importante?

«Affrontiamo in Europa e in Italia la stessa destra. A Milwaukee tra i repubblicani abbiamo avuto la celebrazione di un capo. La Convention democratica è stata invece il culmine di un processo che ha visto come protagonista un partito. La scelta di Harris e Walz ha riaperto la partita, superando il paradosso di un Partito democratico forte ma con la debolezza della candidatura di Biden. Trump ora sembra senza argomenti. Non vorrei però che questo entusiasmo produca l’illusione di una partita facile. È difficilissima, si deciderà all’ultimo voto negli stati in bilico».

Come si traduce questo per il progressismo italiano?

«Nella consapevolezza che la destra bisogna batterla sul terreno sociale. Questo partito ha riunito posizioni diverse, da Sanders e Ocasio-Cortez ai Clinton, replicando uno schema quasi coalizionale. Ma lo ha fatto con un programma chiaro su punti chiave come sanità, scuola, diritto alla casa, lavoro. Non si tratta solo di un messaggio fortemente progressista, in realtà è popolare, parla all’America profonda che sarà decisiva. Dovremmo rifletterci di più».

Puntare sulle coalizioni?

«È una strada obbligata, per battere questa destra in società così fortemente divise. Ma parlo della chiarezza del messaggio politico. L’idea emersa in questa Convention è un’offerta democratica che si ricolloca sul terreno sociale, non nel nome del radicalismo, ma della necessità di dare risposte alla maggioranza di persone che faticano. Gli Obama hanno messo tutti in guardia. Hanno raccontato la loro storia, simile a Kamala: è la promessa americana che vogliono salvare e che Trump invece vuole cancellare. Ma hanno ricordato che molti in America hanno smesso di credere in quella promessa. E qui la sfida democratica si complica».

In che senso?

«Queste elezioni sono una battaglia per proteggere la democrazia dalla minaccia di Trump. Ma chi fatica non pensa in astratto, vuole risposte concrete. Chi lotta per me e i miei bisogni? Chi mi protegge? Dalla risposta a queste domande dipende la capacità di Harris e Walz di trasformare l’appello per la difesa della democrazia in una proposta politica coerente e vincente».

La destra sa parlare a questi ceti.

«La differenza rispetto a otto anni fa è che chi vota Trump non lo fa più per protesta, ma per convinzione. È un’ideologia, stavolta è diverso. L’elemento più pericoloso è l’alleanza tra l’estremismo politico della destra e quello dei miliardari tipo Musk, con un’involuzione democratica profonda. Dobbiamo offrire un messaggio altrettanto forte, una democrazia utile, che risponde ai bisogni, che non dimentica i dimenticati. Mostrando che la solidarietà è un investimento. È la metafora di Obama: Trump è il vicino che ti disturba e ti vuole imporre il suo modo di vita, noi dobbiamo essere il vicino che ti può aiutare, come ricorda Walz».

Perché un uomo comune del Midwest come lui ha un forte valore politico?

«Ha una storia esemplare, che può ridare ai dem un tratto popolare. È un elemento cruciale anche per noi, dobbiamo tradurlo nell’attenzione verso le aree interne, i piccoli comuni, i luoghi di abbandono e fatica, ma che conservano un patrimonio cruciale proprio per la dimensione comunitaria, inclusiva. Dobbiamo dare a questo elemento popolare un valore positivo, progressivo, rispetto alla destra che invece racconta un popolo animato solo da istinti regressivi e volontà di chiusura, con lo sguardo al passato».

E farlo con temi concreti?

«Io vengo da questi luoghi, li conosco. Quando ero ministro per la Coesione territoriale avevamo varato un piano per scuola, salute e trasporti nelle aree interne legato al Pnrr. La destra ha smantellato tutto. Mi ha colpito Walz quando ha parlato dei pasti gratis ai bambini nelle scuole. I trumpiani lo accusano di essere troppo progressista. Ma è un programma razionale, non radicale. Sono temi sui cui ci stiamo mobilitando già quest’estate con Elly Schlein. Con lei ci siamo sentiti tutti i giorni, durante la Convention».

Che impressione ne ha ricavata?

«Abbiamo discusso di quanto siano comuni le sfide. Poi c’è una dimensione europea. Qui abbiamo incontrato i laburisti britannici, i socialisti europei. Sappiamo come lavora questa “internazionale nazionalista”. S’è visto alle Olimpiadi, con la pugile algerina. La destra, Giorgia Meloni in testa, scommette su Trump. Una sua sciagurata vittoria ridarebbe loro l’agibilità politica in Europa che siamo riusciti ad arginare nelle ultime elezioni».

Perché il successo di Harris resta difficile?

«Perché la destra ha messo radici profonde in alcuni pezzi di società, la sua ideologia è sospinta da interessi forti, come i multimilionari che non vogliono pagare le tasse».

La politica estera è quasi assente.

“È rimasta un po’ sullo sfondo, se non per le proteste su Gaza, dove c’è stata comunque una volontà di farsi carico delle giuste rivendicazioni di coloro che vogliono fermare il massacro. Attenzione però anche qui a non sottovalutare il pericolo. Trump ha un’idea delle relazioni internazionali basata sulla politica di potenza. Di qui l’abbandono dell’Ucraina, il via libera a Netanyahu. Una sua vittoria sarebbe la pietra tombale sull’idea di ricostruire un ordine internazionale basato su regole condivise e sul primato del diritto».

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