«Giuramelo. Guardami negli occhi e giuramelo». Quando Giorgia Meloni riceve a Palazzo Chigi Gennaro Sangiuliano, è drastica. Infuriata, ma anche indecisa: vorrebbe mandarlo via dell’esecutivo, ma non intende aprire il varco al rimpasto. Fuori, intanto, diluvia come non accadeva da mesi: pioverà senza sosta per i novanta minuti in cui il ministro in bilico resta dentro (tre quarti d’ora, in realtà, sono di crudele anticamera). La premier ha pianificato tutto, anche i nomi dei potenziali successori: Alessandro Giuli, direttore del Maxxi, oppure Pietrangelo Buttafuoco, direttore della Biennale di Venezia. Un centimetro indietro, l’attuale dg Rai Gianpaolo Rossi.
Non è un colloquio, è un processo:«Giurami che non c’è un euro pubblico speso per lei, né un documento riservato in suo possesso. Fammi capire che posso ancora fidarmi. Spiegami ogni cosa, mostrami ogni dettaglio». Significa innanzitutto: assicurami che non esista il rischio di un’accusa di peculato. «A me interessa solo que…
«Giuramelo. Guardami negli occhi e giuramelo». Quando Giorgia Meloni riceve a Palazzo Chigi Gennaro Sangiuliano, è drastica. Infuriata, ma anche indecisa: vorrebbe mandarlo via dell’esecutivo, ma non intende aprire il varco al rimpasto. Fuori, intanto, diluvia come non accadeva da mesi: pioverà senza sosta per i novanta minuti in cui il ministro in bilico resta dentro (tre quarti d’ora, in realtà, sono di crudele anticamera). La premier ha pianificato tutto, anche i nomi dei potenziali successori: Alessandro Giuli, direttore del Maxxi, oppure Pietrangelo Buttafuoco, direttore della Biennale di Venezia. Un centimetro indietro, l’attuale dg Rai Gianpaolo Rossi.
Non è un colloquio, è un processo:«Giurami che non c’è un euro pubblico speso per lei, né un documento riservato in suo possesso. Fammi capire che posso ancora fidarmi. Spiegami ogni cosa, mostrami ogni dettaglio». Significa innanzitutto: assicurami che non esista il rischio di un’accusa di peculato. «A me interessa solo questo, il resto non conta, è solo gossip». Tradotto: salti solo se hai commesso atti contrari al tuo ufficio, non per eventuali questioni personali. A quel punto, riferiscono fonti di palazzo Chigi, il ministro della Cultura si sbilancia: «Lo giuro. Nessun soldo pubblico è stato speso per lei. A Milano, Taormina, Polignano: ho sempre pagato io».
Eppure, tutto sembrava andare nella direzione opposta. Dal mattino, la storia pareva navigare veloce verso un finale scontato: dimissioni volontarie, o la cacciata. I segnali, inequivocabili. Quando Meloni legge i post su Instagram di Maria Rosaria Boccia, ad esempio, perde quasi il controllo: ce l’ha con Sangiuliano, ma anche con chi osa sfidare la presidente del Consiglio. La rabbia si traduce in una soluzione drastica, elaborata assieme allo staff. Ipotizzano una sorta di fiducia a tempo: guiderà il G7 della Cultura, poi decideremo se cacciarlo. Nel frattempo — mancano diciannove giorni all’evento — dovrà riferire tutto al sottosegretario Giovanbattista Fazzolari. Un ministro sotto tutela, di fatto. O anche solo un modo per prendere tempo.
Ma c’è di più. I vertici Rai iniziano a ragionare con Palazzo Chigi del possibile rientro di Sangiuliano in azienda: l’ex direttore del Tg2 è un dipendente di viale Mazzini, se perde il ministero andrà in qualche modo reintegrato con un ruolo adeguato. A un certo punto del giorno, Giuli viene avvistato al ministero della Cultura. Resta per un po’ con Sangiuliano. Un altro segnale che tutto sta precipitando? Un passaggio di consegne? In realtà, i due sono in buoni rapporti: la prima nomina da ministro è stata proprio quella del direttore del Maxxi. Il sito Dagospia scrive pure di una telefonata tra il Colle e i vertici dell’esecutivo, per chiedere spiegazioni sul caso: ma è lo stesso Quirinale a smentire, poco dopo. Nel frattempo anche i telegiornali iniziano a occuparsi del caso, ampiamente: un tg trascina l’altro, costringendo tutti a dare conto dello scandalo.
Il destino, come detto, appare segnato. Eppure, anche prima di arrivare davanti a Meloni, il titolare della Cultura confida agli amici: «Resto ministro e il G7 lo faccio io. Meloni mi difende». In effetti, qualcosa si inceppa e cambia bruscamente il corso degli eventi. Forse è perché la premier teme il rimpasto come la peste, o perché preferirebbe evitare di aprire un caso internazionale a meno di tre settimane dal G7 della Cultura. Chi si occupa di sicurezza attorno alla premier, intanto, fa una piccola indagine interna sulle eventuali falle provocate dal comportamento del ministro: l’esito è negativo, dunque rassicurante.
Sangiuliano varca infine il portone di Palazzo Chigi. Sono le fonti del cerchio magico meloniano a riferire i concetti più significativi della sua autodifesa. «Ho pagato tutto di tasca mia per lei, la struttura non ha mai messo un euro»; «Boccia fa così perché mi vuole screditare, e questo perché a un certo punto ho deciso di non nominarla consulente del ministero perché ho ravvisato ipotetici conflitti d’interesse»; «È già accaduto in passato per altri collaboratori selezionati, la cui nomina non è stata mai finalizzata»; «L’avevo coinvolta nell’attività ministeriale per le sue esperienze professionali e perché parlava bene le lingue».
Tutto, comunque, resta appeso a un filo. Ad esempio, chi può assicurare che non esca altro? E se Boccia pubblicasse nuovi documenti, scontrini, foto, video, audio su Instagram? Meloni continuerebbe comunque a difendere il suo ministro? Di certo, la premier preferirebbe non fornire l’immagine di un esecutivo in balia di qualche post sui social, e dunque per il momento sceglie ancora Sangiuliano. Ma i prossimi diciannove giorni sembrano lunghi. Forse troppo.