«In inglese si dice: not fit to rule. Ecco, Gennaro Sangiuliano è del tutto inadeguato a svolgere il suo ruolo e se ne deve andare. Non tanto per l’affaire Boccia, comunque desolante perché svela uno scarsissimo senso delle istituzioni, ma per i danni irreparabili che sta arrecando a un dicastero di altissimo pregio, custode del patrimonio, della cultura e dell’identità italiana». Rimasta zitta per due anni, da quando proprio Sangiuliano la defenestrò dal Maxxi, Giovanna Melandri — inquilina del Collegio Romano durante i governi D’Alema e Amato — rompe il silenzio: «Meloni parla di amichettismo di sinistra? Accipicchia, e questo cos’è? “Amantismo” di destra? Spero che, adesso, la presidente del Consiglio la smetta di fare la vittima».
Dalle parti di Palazzo Chigi sentono odore di complotto.
«E basta! Ogni volta che hanno un problema denunciano trame oscure contro di loro. Dimostrassero di saper guidare questo Paese rispettando la sacralità delle istituzioni, anziché calpestarle. La pr…
«In inglese si dice: not fit to rule. Ecco, Gennaro Sangiuliano è del tutto inadeguato a svolgere il suo ruolo e se ne deve andare. Non tanto per l’affaire Boccia, comunque desolante perché svela uno scarsissimo senso delle istituzioni, ma per i danni irreparabili che sta arrecando a un dicastero di altissimo pregio, custode del patrimonio, della cultura e dell’identità italiana». Rimasta zitta per due anni, da quando proprio Sangiuliano la defenestrò dal Maxxi, Giovanna Melandri — inquilina del Collegio Romano durante i governi D’Alema e Amato — rompe il silenzio: «Meloni parla di amichettismo di sinistra? Accipicchia, e questo cos’è? “Amantismo” di destra? Spero che, adesso, la presidente del Consiglio la smetta di fare la vittima».
Dalle parti di Palazzo Chigi sentono odore di complotto.
«E basta! Ogni volta che hanno un problema denunciano trame oscure contro di loro. Dimostrassero di saper guidare questo Paese rispettando la sacralità delle istituzioni, anziché calpestarle. La premier instilli la cultura di governo in ministri che usano il potere in chiave proprietaria. E aggiungo: se il caso Boccia serve per illuminare i guasti di Sangiuliano, può essere persino utile».
Di quali guasti parla?
«Sangiuliano è inadeguato non solo per le gaffe su Dante pensatore di destra, su Times Square a Londra, sui libri dello Strega votati e non letti, su Colombo nato dopo Galileo, ma per ciò che sta combinando al ministero della Cultura. Pur di cacciare quelli nominati prima di lui, l’ha riformato moltiplicando i pani e i pesci: da un segretario generale si è passati a 4 capi dipartimentali, 11 dirigenti sono diventati 16. Ha creato un clima interno di caccia alle streghe, terrorizzando tutte le persone di valore che ci lavorano. Per verificarne la fedeltà ha tenuto ferma a lungo la macchina amministrativa. Storici dell’arte, archeologi, architetti hanno vissuto brutti momenti».
C’è chi dice: si è sempre fatto.
«Non è vero. Molti prima di lui, inclusa la sottoscritta, hanno sempre rispettato la lezione di Spadolini che chiarì molto bene la distinzione tra l’indirizzo delle politiche pubbliche e l’autonomia delle amministrazioni. Pensiamo al cinema: è in ginocchio, c’è gente che non lavora da mesi a causa della paralisi del tax credit, ora riformato con nuovi criteri selettivi affidati a commissioni che saranno composte solo da sodali. Gli studios di Cinecittà, prima pieni, sono mezzi vuoti. I player internazionali fuggono. Per non dire delle mostre: il ministro pretende di decidere temi, curatori, opere. Alla Galleria d’arte moderna ha imposto di farne una su Tolkien e un’altra sui futuristi. In barba all’autonomia dei musei. Mai visto nulla di simile».
E il tentativo di mettere le mani sulle fondazioni liriche?
«Vuole questa riforma per togliere il potere ai sindaci. Io, quando ero ministro, chiamai Albertini, sindaco di centrodestra di Milano, e insieme concordammo le nomine alla Scala e alla Triennale. Al Comitato di celebrazioni verdiane chiamai Fedele Confalonieri che era un grande melomane. Un paese maturo fa così. Le istituzioni non appartengono a nessuno, noi siamo al loro servizio, non loro al nostro».
Se dovesse scegliere, qual è il peccato più grave di Sangiuliano?
«Divide e non unisce, taglia i nastri e non riconosce il lavoro dei suoi predecessori. Non sceglie i migliori: al Mic, il Consiglio superiore dei Beni culturali, presieduto per anni da personalità come Carandini, Settis, giudici costituzionali, è ora capitanato da un professore di Avellino amico suo. Ecco, oltre all’inadeguatezza, l’altra parola chiave è arbitrarietà».
L’obiettivo era smontare l’egemonia culturale della sinistra.
«Che è solo nella loro testa un po’ paranoica. La verità è che volevano affermare una cultura, ma hanno solo afferrato posti».
Non è che ha il dente avvelenato perché è stata sostituita alla guida del Maxxi da Alessandro Giuli?
«Auguro tutto il meglio al Maxxi che amerò sempre. Ma a me risulta che, dopo due anni, è ancora privo di un comitato scientifico, quindi tutte le scelte su acquisto di opere e mostre avvengono nelle stanze del presidente e del direttore artistico. Ma non c’è museo internazionale. dalla Tate al Moma, che non ce l’abbia, anche a garanzia del modo in cui si spendono i soldi pubblici».