Beppe Grillo e Giuseppe Conte hanno smesso di parlarsi, lo fanno solo a distanza e ora la rottura definitiva è a un passo, col rischio concreto che finisca tutto in tribunale. La cosiddetta costituente del M5S è alle porte ma il fondatore alza il tiro: ribadisce con un post sul suo blog la volontà di «esercitare i diritti che lo Statuto mi riconosce in qualità di garante, ossia custode dei valori fondamentali dell’azione politica del M5S. E quindi, secondo quanto afferma l’art. 12, ribadisco che ci sono degli elementi imprescindibili che devono restare tali affinché il Movimento possa ancora dirsi tale: il nome, il simbolo e la regola dei due mandati».
Il presidente del partito invece la pensa diversamente: l’assemblea degli iscritti sarà sovrana, ha il potere di cambiare tutto, anche il garante in teoria, o le sue funzioni, o la sua consulenza da 300 mila euro. Le parole di Grillo «sono una ferità per la comunità», è la replica di Conte parlando coi suoi alla sede di via di Campo Mar…
Beppe Grillo e Giuseppe Conte hanno smesso di parlarsi, lo fanno solo a distanza e ora la rottura definitiva è a un passo, col rischio concreto che finisca tutto in tribunale. La cosiddetta costituente del M5S è alle porte ma il fondatore alza il tiro: ribadisce con un post sul suo blog la volontà di «esercitare i diritti che lo Statuto mi riconosce in qualità di garante, ossia custode dei valori fondamentali dell’azione politica del M5S. E quindi, secondo quanto afferma l’art. 12, ribadisco che ci sono degli elementi imprescindibili che devono restare tali affinché il Movimento possa ancora dirsi tale: il nome, il simbolo e la regola dei due mandati».
Il presidente del partito invece la pensa diversamente: l’assemblea degli iscritti sarà sovrana, ha il potere di cambiare tutto, anche il garante in teoria, o le sue funzioni, o la sua consulenza da 300 mila euro. Le parole di Grillo «sono una ferità per la comunità», è la replica di Conte parlando coi suoi alla sede di via di Campo Marzio. Il comportamento del comico viene definito «incomprensibile». Due giorni fa il fondatore del Movimento è arrivato a Roma, non ha incontrato nessuno dell’attuale gruppo dirigente, solo qualche ex come il già senatore Elio Lannutti, un personaggio che in passato si era fatto notare per riportare le fantateorie antisemite del Protocollo dei Savi di Sion.
Sembra quindi di essere tornati al 2021, quando tra i due si arrivò a un passo dalla scissione. Poi Luigi Di Maio e Roberto Fico ricucirono e ci fu la pace con un pranzo a Marina di Bibbona. Stavolta però gli equilibri sono cambiati: Grillo è in minoranza, dopo anni di plateale disinteresse per la “sua” creatura politica. «Beppe sta facendo il padre padrone, parla del limite dei due mandati e poi il suo ruolo è l’unico a vita», si ribella uno dei vicepresidenti, Michele Gubitosa. Toni mai visti nella storia del Movimento, nei confronti di Grillo. Tanto che neanche l’arma da fine del mondo, cioè la sfiducia del garante stesso, è esclusa dal tavolo. Ora, i contiani parlano di una clausola riservata che obbligherebbe Grillo a non sollevare questioni sul simbolo. Ma vale più un atto tra due parti (mai reso noto) o una norma statutaria? Ognuno tira acqua al proprio mulino ma la sostanza è che si è vicini all’implosione. Come uno scenario post-Dc, con tribù diverse in lotta per il logo originale. L’argenteria, come l’ha chiamata Di Maio, è nella pancia del M5S, e il tesoriere Claudio Cominardi è vicino a Grillo. Conte ha ancora un seguito elettorale, di certo però un proprio soggetto soffrirebbe la concorrenza di un “nuovo” Movimento, seppur lontano dai fasti del passato, magari affidato da Grillo a Virginia Raggi.