Prima dice di non sentirsi «affatto offeso dall’azione e dalle scelte dell’ex ministro Sangiuliano», che venerdì scorso, in articulo mortis, ha nominato 15 esperti nella commissione chiamata a selezionare i film meritevoli di incassare contributi pubblici. Poi però annuncia, al suo debutto alla Camera nelle vesti di massimo custode della cultura tricolore, che il decreto last minute firmato dal suo predecessore «verrà senz’altro modificato». Una sconfessione. Motivata dal mancato rispetto dell’equilibrio di genere.
È una “prima” da funambolo quella di Alessandro Giuli, cronista che per anni ha solcato il corridoio dei passi perduti a caccia di notizie e ora è diventato lui la notizia: il suo battesimo da ministro dopo la caduta dell’ex direttore del Tg2. Completo scuro e barbetta stile principe di Salina nel Gattopardo, si presenta a Montecitorio con largo anticipo rispetto al question time sollecitato da Italia viva. Vuol godersi il momento, come se non gli paresse vero: accolt…
Prima dice di non sentirsi «affatto offeso dall’azione e dalle scelte dell’ex ministro Sangiuliano», che venerdì scorso, in articulo mortis, ha nominato 15 esperti nella commissione chiamata a selezionare i film meritevoli di incassare contributi pubblici. Poi però annuncia, al suo debutto alla Camera nelle vesti di massimo custode della cultura tricolore, che il decreto last minute firmato dal suo predecessore «verrà senz’altro modificato». Una sconfessione. Motivata dal mancato rispetto dell’equilibrio di genere.
È una “prima” da funambolo quella di Alessandro Giuli, cronista che per anni ha solcato il corridoio dei passi perduti a caccia di notizie e ora è diventato lui la notizia: il suo battesimo da ministro dopo la caduta dell’ex direttore del Tg2. Completo scuro e barbetta stile principe di Salina nel Gattopardo, si presenta a Montecitorio con largo anticipo rispetto al question time sollecitato da Italia viva. Vuol godersi il momento, come se non gli paresse vero: accolto in Transatlantico da pacche e abbracci, viene preso d’assalto dai colleghi di un tempo, cui però non scuce una parola, e dai più blasonati parlamentari, ai quali invece volentieri si concede. «Allarghiamo ai moderati», scherza Maurizio Lupi. «In bocca al lupo» augura Paolo Barelli. Convenevoli che contagiano le opposizioni, Gianni Cuperlo e Nicola Fratoianni si avvicinano per congratularsi, mentre il baciamani a Laura Boldrini viene accolto con sussiego: «Vedi di comportarti almeno degnamente», sibila la deputata del Pd.
Emozionato, Giuli elargisce sguardi e sorrisi timidi finché, in lontananza, non compare la sagoma di una ragazzona bionda. È l’ex addetta stampa di FdI ora in forze alla Camera: «C’è prima una sorella d’Italia da salutare», si accomiata il neoministro dal codazzo per accomodarsi — insieme ad Antonella, sua consanguinea minore — su un divanetto nell’ala fumatori. «Stiamo parlando dei nostri genitori, che sono anziani e un po’ ammaccati», si scusa il ministro per non essere disturbato. Dura poco. «Ahò, ma lo sai che hai a disposizione la stanza del governo? Non devi stare qua», lo apostrofa Federico Mollicone, forse un po’ invidioso perché da presidente meloniano della commissione Cultura poteva ben ambire alla stessa poltrona.
Suona la campanella, è ora di entrare in aula. Incalzato dal renziano Davide Faraone sulla «mancanza di rispetto mostrata da Sangiuliano nei suoi confronti», visto che «di soppiatto» ha firmato nomine «che sarebbero spettate a lei», il ministro si alza e in tono di sfida taglia corto: «Non mi sento affatto offeso, la commissione di cui parliamo è oggetto in queste ore di una mia attenta verifica e revisione». Formata da «15 personalità e non 18 come sostenuto dagli interroganti», li bacchetta, selezionati in base a «una variegata e comprovata qualificazione professionale nel settore». Ma la difesa d’ufficio finisce qui. L’errore, semmai, è averla inzeppata di uomini, «il mancato rispetto dell’equilibrio di genere», spiega Giuli, su cui «è mio intendimento intervenire». Alibi perfetto per smontare tutto, proprio mentre alcuni dei designati (Luigi Mascheroni e Francesco Specchia) si sfilano. Poiché «il decreto non ha ancora perfezionato il suo iter ed è quindi suscettibile di integrazione, verrà senz’altro modificato e arricchito», conclude. Eccola la bocciatura. Subito rilevata da Iv: «Il ministro ha dimostrato che l’operato del suo predecessore è stato pessimo. Prendiamo atto che ci ha dato ragione quando dicevamo che quelle nomine sono state inopportune», graffia Faraone nelle repliche. «Dalle gaffe alle dimissioni, Sangiuliano è stato una macchietta per il Paese».
È finita. Giuli lascia Montecitorio, inseguito dai cronisti. «Ho detto tutto per oggi», si schermisce. Nel tentativo di seminarli, si rifugia a palazzo Chigi. Fuma una sigaretta nel cortile, in attesa che desistano. Capita l’antifona, a piedi si dirige al Collegio romano. C’è ancora da risolvere la grana del G7 Cultura. Ma anche qui, è deciso: si va dritti. Come ha ordinato la premier. La tappa di Pompei, fa sapere il sindaco Lo Sapio, si farà secondo programma originario: visita agli scavi; concerto diretto da Beatrice Venezi, già consulente di Sangiuliano per la musica; cena nella Palestra Grande. Maria Rosaria Boccia — «questa persona» per Meloni, la donna del destino per Giuli — non l’avrà vinta.