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Perché i giovani sappiano e non dimentichino: ecco il docufilm “Falcone e Borsellino. Il fuoco della memoria”

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Sarà proiettato venerdì 13 settembre a Roma, alla Commissione parlamentare Antimafia, il lavoro voluto dal giurista palermitano Costantino Visconti che Repubblica ha visto in anteprima
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Se l’hai vissuto, ti si stringe il cuore. Se non l’hai vissuto, pensi magari che sia solo un film, e non la realtà. Poi riconosci i volti, allora giovani, di giornalisti tv come Enrico Mentana e Bruno Vespa. Il primo, il 23 maggio del 1992, annunciò sul Tg5 che appena due ore prima a Capaci erano saltati in aria, nella croma blindata bianca, Giovanni Falcone e la moglie Francesca Morvillo. Il secondo, 59 giorni dopo, lesse su Rai1 la notizia dell’autobomba che aveva ucciso Paolo Borsellino. Quello che stai vedendo è accaduto davvero, e il dolore, ma anche la collera, ti esplodono dentro. Perché dopo 32 anni sono ancora troppi i punti oscuri, le opacità frutto di complicità, il non detto. Lo sa bene Fiammetta Borsellino, la figlia che denuncia lo Stato e fa bene a non arrendersi.

In tre decenni ce ne sono stati di servizi televisivi, di film, di documentari, il lavoro di tanti colleghi che hanno voluto tenere viva la memoria. Per farlo ha speso la sua vita Maria Falcone, la sorella del…

Se l’hai vissuto, ti si stringe il cuore. Se non l’hai vissuto, pensi magari che sia solo un film, e non la realtà. Poi riconosci i volti, allora giovani, di giornalisti tv come Enrico Mentana e Bruno Vespa. Il primo, il 23 maggio del 1992, annunciò sul Tg5 che appena due ore prima a Capaci erano saltati in aria, nella croma blindata bianca, Giovanni Falcone e la moglie Francesca Morvillo. Il secondo, 59 giorni dopo, lesse su Rai1 la notizia dell’autobomba che aveva ucciso Paolo Borsellino. Quello che stai vedendo è accaduto davvero, e il dolore, ma anche la collera, ti esplodono dentro. Perché dopo 32 anni sono ancora troppi i punti oscuri, le opacità frutto di complicità, il non detto. Lo sa bene Fiammetta Borsellino, la figlia che denuncia lo Stato e fa bene a non arrendersi.

In tre decenni ce ne sono stati di servizi televisivi, di film, di documentari, il lavoro di tanti colleghi che hanno voluto tenere viva la memoria. Per farlo ha speso la sua vita Maria Falcone, la sorella del giudice istruttore che gli Usa c’invidiavano, che ha raccolto in un museo i piccoli e grandi ricordi iconici di suo fratello. Adesso, a farti venire i brividi, e le lacrime agli occhi, c’è un docufilm pensato e promosso dal Dipartimento di scienze politiche e relazioni internazionali dell’Università di Palermo. Lo ha voluto Costantino Visconti che lì insegna diritto penale. Aveva già messo in piedi la sua “Officina 92” dove gli studenti avevano dialogato con la figlia di Borsellino, con Piero Grasso, con Giuseppe Di Lello, che adesso diventano i volti del docufilm “Falcone e Borsellino. Il luogo della memoria“. Il regista è Ambrogio Crespi. Una storia penale alle spalle conclusasi con la grazia di Sergio Mattarella, e la voglia di mescolare musica, immagini, la bellezza di Palermo, i video delle due stragi, il drammatico funerale di Giovanni Falcone nella chiesa di san Domenico. A quel funerale, da cronista del Sole 24 Ore, ho assistito e ho ancora nelle orecchie i battimani dei palermitani mentre passava la bara, e quel grido, che adesso risuona nel film, “Giustizia, Giustizia”.

Sarebbe stato troppo difficile, e il film si sarebbe trasformato in un documentario, ricostruire i processi, il gravissimo depistaggio per Borsellino, i silenzi e le complicità, che tuttora la figlia denuncia augurandosi che alla fine la luce possa accendersi.

Ma le immagini sono utilissime per chi non ha conosciuti Giovanni e Paolo, e non ha avuto la fortuna di intervistarli e di parlare con loro, e non ha vissuto in diretta, come pure tanti giornalisti hanno fatto, la fiducia che Falcone e Borsellino riponevano nella possibilità di arrivare alla fine della mafia e di sconfiggerla. Eccolo Falcone, ingrassato perché ha smesso di fumare e non può più andare in piscina, ripetere da una tv che “la mafia non è affatto invincibile, è un fatto umano, e come tutti i fatti umani avrà un inizio e una fine. È un fenomeno che si può vincere non pretendendo l’eroismo da inermi cittadini ma impegnando in questa battaglia tutte le forze migliori delle istituzioni”.

Non è stato così purtroppo. Lui e Borsellino sono stati costretti a essere eroi in mezzo a tanti nemici. Magari divenuti amici il giorno dopo, pronti a mettere la loro foto sulla scrivania o appesa al muro. I traditori ci sono stati. Il depistaggio dell’ex capo della mobile di Palermo Arnaldo La Barbera resta un fatto di gravità inaudita. Come le complicità e i silenzi sulla borsa che Paolo Borsellino aveva con sé, che compare nel film in mano a un agente, riproposta nella foto di Franco Lannino, ma purtroppo vuota, senza la famosa agenda rossa con gli appunti dell’ex procuratore aggiunto di Palermo.

Impossibile, in poco più di un’ora, addentrarsi nelle indagini, né questo era l’obiettivo del docufilm che vuole consegnare un ricordo e un’emozione, mentre la macchina da presa corre sulla città sconvolta dall’attentato di Capaci e dalla colonna di fumo nero che sprigiona da quello di Borsellino. Per chi lo guarda la sensazione è di orrore, di incredulità, di angoscia. Dalla prima all’ultima scena del film, con le foto della “Torre delle vittime” che si rincorrono. Sono i volti di chi è stato ucciso a Palermo e in Sicilia mentre tentava di combattere la mafia. “I veri morti sono loro, sono i mafiosi” dice Fiammetta Borsellino. E Giuseppe Di Lello, che è stato giudice istruttore nel famoso pool di Falcone, ci tiene a dire che chi è morto, Falcone, Borsellino, Costa e Chinnici, “non sono figurine ma persone che hanno fatto molto per il nostro Paese, e se oggi abbiamo una magistratura professionale lo dobbiamo anche a loro“. E poi Piero Grasso, l’ex giudice del maxi processo, giovanissimo, il cui volto si mescola alle migliaia di carte dell’inchiesta su Cosa nostra, contenute nel bunker dove proprio Falcone lo accompagna quando Grasso si presenta annunciandogli che sarebbe stato lui il giudice del suo lavoro. Pure Grasso, per via del tritolo in un tombino messo sotto casa di sua madre, ha rischiato di saltare in aria, poi ha continuato la sua lotta e la sua testimonianza, che prosegue con la fondazione Scintille. Già, quel famoso accendino di Giovanni Falcone che lui gli affidò e di cui Grasso continua a prendersi cura.

Un film è un film. Ma se a esserne protagonisti non sono attori, ma coloro che hanno vissuto una storia di morte, il risultato non può che essere efficace per chi allora non c’era, e oggi può rivivere quelle emozioni. Con i volti di Falcone e Borsellino che parlano nelle interviste. Entrambi lo hanno fatto, purtroppo criticati dai colleghi che li accusavano di protagonismo, tutte le volte che gliene davano occasione. Convinti com’erano che più persone sapevano, più la mafia sarebbe stata isolata. Ma purtroppo non sono stati ascoltati. E sono stati anche infangati. Il diario di Giovanni Falcone, poche pagine ma estremamente significative, che ho avuto la possibilità di pubblicare nel 1992 sul Sole 24 ore, conteneva l’espressa traccia dei nemici di Falcone in vita. Avevano nomi e cognomi. E c’è da augurarsi che le indagini possano ancora fare chiarezza anche se a distanza di tanto tempo. Resta la speranza. Quella dei due bambini, dall’accento siciliano, che impersonano Falcone e Borsellino da piccoli, mentre giocano a pallone e camminano per le strade di Corleone.

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