Arriva sempre il momento in cui Giorgia Meloni si impantana nella domanda: e ora chi ci metto? Dove lo trovo il ministro che manca, l’amministratore delegato che serve, il candidato che non sfigura? Fratelli d’Italia ha un grosso problema di classe dirigente. Non che sia uno scoop. La questione fu chiara ai più con largo anticipo sulla conquista del governo quando, su suggerimento della sorella Arianna, Meloni presentò a sindaco di Roma un improbabile candidato, il “meravijoso” Enrico Michetti, avvocato e speaker radiofonico, che perse male una partita giocabilissima. Da quel rovescio c’è stato tempo per rimediare alla lacuna. Ma più avanza l’esperienza di governo, più il problema si aggrava.
Tutti i partiti hanno carenza di classe dirigente, e non da ora. Fratelli d’Italia, però, ha problemi aggiuntivi tutti suoi. C’è un tema politico: nessun partito più di FdI ha una matrice tribale, la maggior parte delle nomine escono da una cerchia ristretta che condivide estrazione e militanza …
Arriva sempre il momento in cui Giorgia Meloni si impantana nella domanda: e ora chi ci metto? Dove lo trovo il ministro che manca, l’amministratore delegato che serve, il candidato che non sfigura? Fratelli d’Italia ha un grosso problema di classe dirigente. Non che sia uno scoop. La questione fu chiara ai più con largo anticipo sulla conquista del governo quando, su suggerimento della sorella Arianna, Meloni presentò a sindaco di Roma un improbabile candidato, il “meravijoso” Enrico Michetti, avvocato e speaker radiofonico, che perse male una partita giocabilissima. Da quel rovescio c’è stato tempo per rimediare alla lacuna. Ma più avanza l’esperienza di governo, più il problema si aggrava.
Tutti i partiti hanno carenza di classe dirigente, e non da ora. Fratelli d’Italia, però, ha problemi aggiuntivi tutti suoi. C’è un tema politico: nessun partito più di FdI ha una matrice tribale, la maggior parte delle nomine escono da una cerchia ristretta che condivide estrazione e militanza politica. E c’è, strettamente collegato a quello politico, un tema caratteriale: Meloni si fida poco persino di un pezzo del suo partito, figuriamoci dei forestieri. Aprirsi all’esterno non è una tendenza naturale della presidente del Consiglio. Il resto lo fa la sua linea: quando si guida un partito e un governo spesso arroccati sui propri tic ideologici diventa difficile allargare, includere, convincere.
Non sono solo gli imprevisti, come la necessità di cambiare in corsa il ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano, a mettere in difficoltà Meloni, che in questo caso se l’è cavata con la promozione di Alessandro Giuli, altro prodotto della filiera post missina. Anche le sostituzioni già in agenda da mesi creano subbuglio. Lo dimostra la vicenda del commissario europeo in pectore Raffaele Fitto, peraltro uno dei pochi esponenti di punta di FdI a non essere cresciuto a pane e Colle Oppio. Chi al posto di Fitto? Anche nessuno. Meloni sta studiando l’ipotesi di portare sotto Palazzo Chigi le deleghe del ministero di Fitto, affidandone la cura al sottosegretario Giovanbattista Fazzolari, la scatola nera del melonismo di governo.
Quando si dice che Meloni teme il rimpasto, è una verità. Bisognerebbe invece mettersi d’accordo per stabilire il perché: la preoccupano di più gli appetiti degli alleati o la difficoltà di avanzare proposte forti per le caselle vuote? La vicenda Sangiuliano, per ammissione di molti Fratelli a microfoni spenti, è la riprova di ciò che accade quando si reclutano ministri con il metodo Michetti. Bizzarrie nella personalità e nel curriculum di Boccia non fanno altro che ingigantire il giudizio su chi le stava per affidare un dossier delicato come il G7 della Cultura. Dopo la disastrosa gestione mediatica e politica del caso Sangiuliano, a Palazzo Chigi è stata discussa la possibilità di ingaggiare un consulente per la comunicazione. Non si annuncia una ricerca facile. Del resto, perché un politico navigato, un manager, un professionista della società civile dovrebbe accettare di imbarcarsi sul cargo battente bandiera meloniana? Chi lo farebbe in un contesto nel quale autonomia e personalità vengono molto dopo fedeltà e appartenenza?
Si racconta che Meloni abbia meditato sulla possibilità di uscire dallo stallo in Rai affidando il ruolo di ad a un manager reclutato sul mercato. Sulla sua scrivania resta il nome di Riccardo Pugnalin, manager di Autostrade al quale Meloni aveva pensato inizialmente anche come capo di gabinetto. Pugnalin, però, già nell’aprile scorso si era sfilato pubblicamente dalla corsa. Resta decisamente più probabile la designazione di Giampaolo Rossi, ex Gabbiano.
Proprio il sostituto di Sangiuliano, Giuli, in una intervista precedente la sua nomina aveva invitato il governo ad aprirsi a mondi nuovi. Operazione che all’inizio della legislatura ha persino mosso qualche timido passo. Gli abboccamenti con Giuliano Amato sono presto naufragati, e male; l’idea di recuperare Gianfranco Fini e ciò che restava della sua rete è stata accantonata davanti alle diffidenze del cerchio magico meloniano. Delle velleità di partenza resta solo l’interlocuzione con l’ex presidente della Camera Luciano Violante.
Anche uno degli argomenti più usati da Meloni per negare che Palazzo Chigi recluti solo fedelissimi, cioè le nomine alle partecipate, dimostrano forse flessibilità nel recuperare i bravi professionisti nominati in altre stagioni, ma più ancora l’assenza di figure di area idonee. Grazie a Claudio De Scalzi, l’ad dell’Eni è uno dei più ascoltati consiglieri della presidente del Consiglio, è nato un rapporto di fiducia con Roberto Cingolani, ad di Leonardo che è oggi uno dei pochi non ex missini ad aver accesso diretto a Meloni. Ieri con una intervista sul Foglio è stato di fatto Cingolani a commentare a nome del governo il piano Draghi per l’Europa, con singolare anticipo sul ministro della Difesa Guido Crosetto. Proprio Crosetto, l’unico tra i fondatori di FdI a non venire dalla storia del Msi-An, è un altro caso di innesto non riuscito. Il peso di Crosetto non passa dal partito, di cui è un corpo estraneo, bensì da filiere di rapporti personali e professionali. L’ultima prova è arrivata di recente, al momento della nomina del nuovo capo dell’Aisi. Crosetto caldeggiava Giuseppe Del Deo. Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, l’ex An Alfredo Mantovano, consigliava Bruno Valensise. Entrambi i candidati erano titolati al ruolo. Ha prevalso quello suggerito da un membro dell’album di famiglia.