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Disgelo Draghi-Meloni. Lei cerca la sua sponda ma Ecr attacca il Piano

(ansa)

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Eurobond e rapporti con Bruxelles al centro del colloquio, a due anni dall’insediamento
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Riceve Mario Draghi a Palazzo Chigi, facendo buon viso a cattivo gioco. La notizia, trapelata pochi giorni fa, di un recentissimo incontro tra l’ex premier e Marina Berlusconi – messo in agenda prima della visita nella sede del governo - ha disturbato Giorgia Meloni. Non lo dirà mai, comunque, e infatti non lo dice nel colloquio con il diretto interessato. E non lo fa per una ragione banale: le sfide da affrontare sono enormi, i margini per gestirle risicati. C’è un rapporto sulla competitività su cui ragionare e cruciali decisioni sull’architettura dell’Europa da assumere, nei prossimi cinque anni. E c’è soprattutto un futuro macroeconomico allarmante da fronteggiare, in particolar modo per l’Italia. Draghi prova a suggerire alla presidente del Consiglio alcune soluzioni per uscire dal pantano. E Meloni prende nota, perché la sponda di un peso massimo come il suo predecessore può risultare utile, alla vigilia di una procedura d’infrazione per deficit eccessivo.

Riceve Mario Draghi a Palazzo Chigi, facendo buon viso a cattivo gioco. La notizia, trapelata pochi giorni fa, di un recentissimo incontro tra l’ex premier e Marina Berlusconi – messo in agenda prima della visita nella sede del governo - ha disturbato Giorgia Meloni. Non lo dirà mai, comunque, e infatti non lo dice nel colloquio con il diretto interessato. E non lo fa per una ragione banale: le sfide da affrontare sono enormi, i margini per gestirle risicati. C’è un rapporto sulla competitività su cui ragionare e cruciali decisioni sull’architettura dell’Europa da assumere, nei prossimi cinque anni. E c’è soprattutto un futuro macroeconomico allarmante da fronteggiare, in particolar modo per l’Italia. Draghi prova a suggerire alla presidente del Consiglio alcune soluzioni per uscire dal pantano. E Meloni prende nota, perché la sponda di un peso massimo come il suo predecessore può risultare utile, alla vigilia di una procedura d’infrazione per deficit eccessivo.

Eppure, qualcosa non torna. Nel giorno del colloquio, compare sulla home page del sito del partito dei Conservatori europei un articolo del magazine “The Conservative”, firmato dall’italiano Alessandro Imperiali. È un testo che stronca il piano Draghi. Ma soprattutto, si tratta di un’analisi che smonta gli eventuali vantaggi del progetto. Tra le altre cose, emergono «dubbi sulla fattibilità» del superamento del meccanismo dell’unanimità, che ha garantito finora potere di veto ai singoli partner, a partire dall’Ungheria dell’amico sovranista Orban. «Alcuni paesi, in particolare l’Italia, potrebbero non avere la forza per affermare le proprie posizioni e influenzare le decisioni europee».

E ancora, si legge: «Draghi sembra dichiarare “Europa o Morte”. Tuttavia, il rapporto solleva interrogativi su come garantire i fondi necessari. Suggerisce di utilizzare gli eurobond come unica soluzione, ma l’attuazione di questa proposta è ostacolata dalla resistenza dei paesi frugali e dal Patto di stabilità». Il progetto, insomma, «pur affrontando una crisi reale, è criticato da alcuni come intervento pubblico eccessivo e potenzialmente dannoso», oltreché per «l’approccio ecologico radicale». Una bocciatura che campeggia sul portale di Ecr, la creatura che Meloni sta avvicinando alla maggioranza Ursula.

Ma torniamo al colloquio di Palazzo Chigi. I due, si sa, avevano collaborato lealmente durante tutta la fase di transizione tra i due governi. Poi i rapporti si sono diradati, anche a causa di alcuni veleni sparsi da membri del cerchio magico meloniano sulle presunte ambizioni dell’ex numero uno della Bce. Si ritrovano per oltre un’ora, finalmente. E tocca a Meloni mettere nero su bianco i punti di contatto. «Il Rapporto sul futuro della competitività europea contiene diversi importanti spunti», dice. Delle «priorità condivise». Quali? «La necessità di un maggiore impulso all’innovazione, la questione demografica, l’approvvigionamento di materie prime critiche e il controllo delle catene del valore e la necessità che l’Europa preveda strumenti adatti a realizzare le sue ambiziose strategie - dal rafforzamento dell’industria della difesa fino alle doppie transizioni - senza escludere aprioristicamente nulla, compresa la possibilità di un nuovo debito comune». Gli eurobond, dunque: è forse questo il punto su cui i due convergono. Su altri nodi, invece, Meloni non segue l’ex premier. In particolare, si dividono sull’ipotesi di abolire il diritto di veto dei singoli Paesi. In fondo, è il fossato che separa un federalista come l’ex premier da una sovranista come la presidente del Consiglio.

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