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Nomine Rai, si tratta sulla presidenza. Conte apre: “Sì a un nome di garanzia”

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Si rompe il fronte delle opposizioni finora pronte all’Aventino. Spuntano Minoli o Di Bella ma FI insiste per Agnes. Ieri l’ad Sergio a Palazzo Chigi
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È diventata una partita a scacchi il rinnovo del Cda Rai scaduto ormai da quattro mesi. Neri e bianchi, ovvero centrodestra e centrosinistra, ingaggiati in uno scontro durissimo nel quale fanno sovente capolino pedine che intralciano il gioco della propria squadra per favorire quella avversaria.

Al centro della contesa c’è la presidenza dell’emittente pubblica, che nel quadro complessivo degli accordi fra alleati dovrebbe andare a Simona Agnes, consigliera in quota Forza Italia. Mentre FdI ha ipotecato la casella dell’ad per il fedelissimo Giampaolo Rossi, ora dg, pronto a scambiarsi di posto con Roberto Sergio, l’attuale capo-azienda nel frattempo attirato nell’orbita della Lega e ieri avvistato a Palazzo Chigi per un incontro con la premier Meloni, a cui ha fatto pegno di lealtà e dato disponibilità alla retrocessione.

È diventata una partita a scacchi il rinnovo del Cda Rai scaduto ormai da quattro mesi. Neri e bianchi, ovvero centrodestra e centrosinistra, ingaggiati in uno scontro durissimo nel quale fanno sovente capolino pedine che intralciano il gioco della propria squadra per favorire quella avversaria.

Al centro della contesa c’è la presidenza dell’emittente pubblica, che nel quadro complessivo degli accordi fra alleati dovrebbe andare a Simona Agnes, consigliera in quota Forza Italia. Mentre FdI ha ipotecato la casella dell’ad per il fedelissimo Giampaolo Rossi, ora dg, pronto a scambiarsi di posto con Roberto Sergio, l’attuale capo-azienda nel frattempo attirato nell’orbita della Lega e ieri avvistato a Palazzo Chigi per un incontro con la premier Meloni, a cui ha fatto pegno di lealtà e dato disponibilità alla retrocessione.

Un assetto che tuttavia fatica a vedere la luce perché, per insediare la presidente, serve la ratifica in Vigilanza con il quorum dei due terzi. Voti che la maggioranza da sola, al momento, non ha. E che fino a un certo punto nessun partito di minoranza sembrava intenzionato a offrire. Da qui l’impasse che, oltre a paralizzare Viale Mazzini, rischia di far saltare l’elezione dei 4 consiglieri di indicazione parlamentare fissata per il 26 settembre. E dunque l’entrata in carica del nuovo Cda.

Senonché ieri è stato Giuseppe Conte a rompere il fronte unitario delle opposizioni, sin qui ferme nella richiesta di approvare, prima delle nomine, una riforma di sistema della governance Rai (ora diretta emanazione dell’esecutivo) che dal prossimo agosto entrerà in contrasto con la direttiva europea sull’indipendenza dei media. Altrimenti, è la minaccia, il centrosinistra salirà sull’Aventino e il centrodestra — se vorrà insistere — si dovrà assumere l’onere di eleggere un Cda perfettamente sovrapponibile con la maggioranza di governo, pertanto a forte rischio di sanzione comunitaria.

«Se ci fosse un presidente autorevole, assolutamente non riconducibile a logiche partitiche, certo che lo voteremmo, nell’interesse del servizio pubblico», le parole sibilline del leader M5S. «Ma non mi sembra siano i nomi di cui si parla», ha poi aggiunto, per fugare ogni dubbio sull’appoggio a Agnes. Il fatto è che il Pd non si fida. Sa bene che Conte vuole la riconferma in Cda dell’uscente Alessandro Di Majo. E che aspira a occupare, come già fatto in passato, alcune postazioni strategiche, specie nell’informazione: il bersaglio grosso sarebbe il Tg3, che però è difficile sottrarre all’influenza dei cugini dem. Per cui si accontenterebbe di spostare il “suo” Giuseppe Carboni da RaiParlamento a Rainews, così da rientrare nel circuito.

La novità è che pure Giorgia Meloni si rende conto che un Cda monocolore potrebbe essere un problema per lei. Perciò sarebbe scesa in pressing su Antonio Tajani per convincerlo a convergere su un nome di garanzia — Giovanni Minoli o Antonio Di Bella i più gettonati — in grado di persuadere Conte. Ma il forzista Maurizio Gasparri smentisce: «Agnes è una professionista terza, non ha ruoli politici, né mai li ha avuti. Nessuno ci ha chiesto di cambiare cavallo e nessuno lo farebbe».

Intanto la Rai è nel caos. Anche a causa della crisi di alcuni programmi di punta: Reazione a catena, condotta da Pino Insegno, ha perso 5 punti rispetto alla passata stagione, provocando il crollo del Tg1, che nei primi 15 giorni di settembre viaggia due punti sotto la media dello scorso anno. Tanto da rendersi necessaria una riunione d’urgenza per studiare il da farsi. Ma trovare una soluzione, in un’azienda senza guida, è semplicemente impossibile.

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