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Referendum per la cittadinanza, il campo largo si aggrega ma Conte non firma. FI spiazzata accelera sullo Ius scholae

I due leader di Pd e M5S: Elly Schlein e Giuseppe Conte

 

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Bozza degli azzurri: cittadinanza dopo 10 anni di studi. Ma Tajani: “Non spacchiamo la destra”. Titubanze tra i dem per la sovrapposizione ai quesiti della Cgil
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«La bozza? Eccola qua». Nei corridoi del Senato, Maurizio Gasparri sfodera un fascicolo dalla pila di carte che tiene sotto braccio. «È la nostra proposta sullo Ius scholae, la presentiamo ai gruppi giovedì», cioè domani. Nel pomeriggio in cui il referendum per la cittadinanza scavalla quota mezzo milione di firme, i forzisti provano a dare l’idea di un’accelerazione. Dopo un’estate passata a smarcarsi dalla destra-destra, su input berlusconiano, nel senso del tandem Marina-Pier Silvio, ora la mossa di Antonio Tajani rischia di finire archiviata come una boutade d’agosto. Perché tra Palazzo Madama e Montecitorio è chiaro a molti che la campagna sul quesito lanciato da +Europa ha buone chance di polarizzare la discussione pubblica nei prossimi mesi, lasciando poco margine mediatico a iniziative laterali. Ecco perché FI adesso tenta di battere un colpo. La bozza che sarà discussa domani pomeriggio da deputati e senatori azzurri si articola su tre punti. Il primo: Ius scholae, cioè citta…

«La bozza? Eccola qua». Nei corridoi del Senato, Maurizio Gasparri sfodera un fascicolo dalla pila di carte che tiene sotto braccio. «È la nostra proposta sullo Ius scholae, la presentiamo ai gruppi giovedì», cioè domani. Nel pomeriggio in cui il referendum per la cittadinanza scavalla quota mezzo milione di firme, i forzisti provano a dare l’idea di un’accelerazione. Dopo un’estate passata a smarcarsi dalla destra-destra, su input berlusconiano, nel senso del tandem Marina-Pier Silvio, ora la mossa di Antonio Tajani rischia di finire archiviata come una boutade d’agosto. Perché tra Palazzo Madama e Montecitorio è chiaro a molti che la campagna sul quesito lanciato da +Europa ha buone chance di polarizzare la discussione pubblica nei prossimi mesi, lasciando poco margine mediatico a iniziative laterali. Ecco perché FI adesso tenta di battere un colpo. La bozza che sarà discussa domani pomeriggio da deputati e senatori azzurri si articola su tre punti. Il primo: Ius scholae, cioè cittadinanza agli studenti che hanno completato un ciclo di studi di 10 anni in Italia, senza – e questa è una novità – l’esame di lingua finale. Il testo introdurrebbe anche una stretta sullo Ius sanguinis, per circoscrivere la proliferazione di cittadinanze ai cosiddetti oriundi. E infine chiede un’accelerazione sui tempi di rilascio dei documenti, per chi ne ha già diritto.

Per come si è sviluppato il dibattito sul tema, però, FI rischia di trovarsi all’angolo. Perché l’iniziativa in maggioranza è stata concordata con paletti precisi, avallati da FdI e dai colonnelli di Giorgia Meloni. Il senso è questo: la battaglia politica FI la farà, ma nel perimetro del centrodestra. Dunque con quasi zero possibilità di riuscita, vista l’ostilità aperta della Lega di Matteo Salvini e lo scetticismo di via della Scrofa, che da settimane ripete in loop: «Non è una priorità». Ieri sera da New York, Tajani già faceva sapere che «presenteremo la nostra proposta di legge innanzitutto agli alleati. E poi in Parlamento. Ma non ci prestiamo a giochini d’Aula per dividere la maggioranza».

Non è solo FI a ritrovarsi spiazzata dal boom di firme per il referendum. Anche il M5S non ci avrebbe scommesso, come tanti dell’opposizione. Giuseppe Conte aveva preso tempo, a inizio agosto, prima della pausa per le vacanze, e poi ancora a fine mese, quando il segretario di +Europa, Riccardo Magi, aveva chiesto a lui e agli altri leader di minoranza di essere della partita. «Leggerò il quesito e lo valuteremo», la risposta interlocutoria dell’ex premier giallorosso. Alla fine la valutazione è giunta a questa conclusione: Conte non ha firmato. Nemmeno quando l’onda di sottoscrizioni convinceva i colleghi dell’ex campo largo a ufficializzare il proprio sostegno. Per i 5S si è fatta viva solo ieri mattina, quando quota 500mila firme era davvero a un centimetro, la vicecapogruppo Vittoria Baldino. Che ha parlato sì di supporto alla campagna, ma solo «a titolo personale». La linea ufficiale di Campo Marzio resta un’altra: c’è una nostra proposta in Parlamento sullo Ius scholae (che prevede un solo ciclo di studi), dunque si parta da quella.

I rossoverdi Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli hanno messo il sigillo sulla sottoscrizione 48 ore fa. Stesso discorso per Matteo Renzi, mentre l’ex sodale del Terzo Polo, Carlo Calenda, non ama i referendum in generale, dunque niente da fare anche stavolta. Elly Schlein ha firmato il 14 settembre, a campagna già avviata e nelle prime dichiarazioni senza farlo passare come una posizione ufficiale del Pd a ranghi completi. Non per la ritrosia dell’ala riformista stavolta – anzi, Lorenzo Guerini e Graziano Delrio proponevano una riforma simile già 13 anni fa, da sindaci – ma perché nel partito qualcuno avrebbe temuto di «infastidire la Cgil», già mobilitata pancia a terra con due referendum economico-sociali, quello contro l’Autonomia differenziata e l’altro contro il Jobs act. Così raccontavano ieri alcuni dem in Transatlantico. Schlein comunque ci ha messo la firma, prima di quasi tutti gli altri soci di coalizione, e l’hanno seguita fedelissimi come Marco Furfaro e Pierfrancesco Majorino. Soprattutto, ora, la leader dei democratici ha tutta l’intenzione di battere sul chiodo.

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