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Percorso a ostacoli per il campo largo. Il Pd insiste: “Solo uniti si vince”

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L’inciampo sulla Rai e quello in Liguria scuotono i partiti della coalizione. Ma i dem vanno dritti: “È una maratona, tensioni normali, siamo l’unica alternativa alla destra”
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Lo strappo sulla Rai c’è stato. E pure bello forte. Tuttavia la gelata nei rapporti fra il Pd e il M5S non avrà conseguenze sulla costruzione della coalizione alternativa alla destra. Almeno non per Elly Schlein: lei resta «testardamente unitaria» e non ha alcuna intenzione di rinunciare a un progetto «cruciale per il futuro del Paese».

Certo la segretaria dem non si nasconde che la strada per stringere un’alleanza sul programma con le altre forze progressiste è lunga e irta di ostacoli: nuove divergenze emergeranno perché su alcuni temi — dalla riforma della cittadinanza al conflitto russo-ucraino fino alla scelta senza ambiguità fra Trump e Harris — ci sono sensibilità diverse, peraltro speculari a quelle presenti nella maggioranza, dove i distinguo e le bordate fra partner di governo sono ormai all’ordine del giorno. Ma ciò non significa mettere in discussione l’unica opportunità in grado di impedire il bis di Giorgia Meloni quando, di qui a tre anni, si tornerà a votare per le P…

Lo strappo sulla Rai c’è stato. E pure bello forte. Tuttavia la gelata nei rapporti fra il Pd e il M5S non avrà conseguenze sulla costruzione della coalizione alternativa alla destra. Almeno non per Elly Schlein: lei resta «testardamente unitaria» e non ha alcuna intenzione di rinunciare a un progetto «cruciale per il futuro del Paese».

Certo la segretaria dem non si nasconde che la strada per stringere un’alleanza sul programma con le altre forze progressiste è lunga e irta di ostacoli: nuove divergenze emergeranno perché su alcuni temi — dalla riforma della cittadinanza al conflitto russo-ucraino fino alla scelta senza ambiguità fra Trump e Harris — ci sono sensibilità diverse, peraltro speculari a quelle presenti nella maggioranza, dove i distinguo e le bordate fra partner di governo sono ormai all’ordine del giorno. Ma ciò non significa mettere in discussione l’unica opportunità in grado di impedire il bis di Giorgia Meloni quando, di qui a tre anni, si tornerà a votare per le Politiche. Per lo meno finché resterà questa legge elettorale, che obbliga a coalizzarsi se si vuol coltivare l’ambizione di varcare il portone di Palazzo Chigi.

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Roberto Speranza, rientrato nel Pd dopo il successo di Schlein alle primarie, lo dice con nettezza: «Tutti sanno che stare insieme è indispensabile per battere la destra. Credo sia chiaro a tutti che se ripetiamo gli errori del 2022 non avremo chance contro un esecutivo che sta facendo danni enormi, dall’autonomia differenziata al premierato sino ai tagli sulla sanità», spiega l’ex ministro della Salute. «Dopodiché penso sia fisiologico che talvolta qualcuno si prenda uno spazio politico, magari in ragione di dinamiche interne», e qui il riferimento al M5S, alla contesa Conte-Grillo, è palese. «Però non mi pare che sul punto di fondo ci siano dubbi: dar vita a un’alleanza capace di rimediare ai disastri sovranisti è la priorità dell’intero centrosinistra. Si è visto alle amministrative e si vedrà ora alle regionali, dove siamo alleati in tre regioni su tre».

È la direzione verso cui anche il Nazareno invita a guardare. A una prospettiva di medio-lungo periodo, riempita nel frattempo di passi sostanziali: le battaglie comuni per fermare la legge Calderoli (con Conte accanto a Schlein, il 5 ottobre, per illustrare il quesito referendario insieme agli altri promotori), introdurre il salario minimo, difendere scuola e ospedali pubblici; le elezioni in Liguria, Umbria ed Emilia, puntando a strappare le prime due agli avversari; le piazze contro l’esecutivo. La prova che «il campo alternativo al governo esiste già», rassicura il più ascoltato fra i consiglieri della segretaria: «Sulla Rai c’è stata una valutazione diversa, ma le Politiche cadranno nel 2027, ogni giorno succederanno cose che potranno indebolire o rafforzare il percorso verso l’unità, su cui però non c’è incertezza».

Calma e gesso, è il messaggio. Nulla è perduto. Riflessione in parte condivisa da un autorevole ex ministro, supporter della leader dem sin dalla prima ora: «Elly ha fatto bene a dare un altolà a Conte. Se il suo atteggiamento è “faccio come mi pare”, lei gli ha fatto capire che si è stufata e la nostra base pure. Detto ciò, stiamo correndo la maratona, non i 100 metri, in mezzo ci sono le regionali, le vicende interne ai 5S, i referendum, il rebus centristi. Ci saranno momenti in cui si alzerà la tensione, a destra come a sinistra. Ma il tema di come sconfiggere Meloni non può essere solo del Pd, se la legge elettorale non cambia, i due poli si dovranno ricompattare per forza».

Realpolitik allo stato puro. Se non può essere d’amore, sarà un matrimonio d’interesse. Lo stesso che lega da anni Tajani a Salvini, che si detestano neppure cordialmente, o la premier al suo vice leghista, che non perdono occasione per infilarsi le dita negli occhi. Con una certezza: a Schlein è riuscito il miracolo di pacificare il Pd, nessuno osa più contestarne la linea. Si è visto sulla Rai, qualche parlamentare nutriva perplessità sull’Aventino, ma alla fine ci sono saliti tutti. È questa la sua forza: i risultati, con un partito al 24% (alle Europee) e perno della futura coalizione, che rafforzano la prospettiva unitaria, perseguita a ogni costo. Non sarà certo un voto sulla Tv di Stato a farla deragliare.

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