Daniela Ionita (Italiani senza cittadinanza): “Sposano la causa e non il partito e hanno studiato in classi miste. Ecco perché i ventenni vogliono il referendum”
di Viola Giannoli«Certo che hanno contribuito la firma digitale, il tam tam sui social e i testimonial. Ma il successo della raccolta firme per il referendum sulla cittadinanza tra i giovanissimi ha almeno altre due ragioni: i ventenni di oggi sono i primi cresciuti in classi davvero miste e hanno un modo nuovo di fare politica, più vicino ai temi e meno ai partiti». Daniela Ionita, presidente e portavoce degli Italiani senza cittadinanza, riassume così la risposta ai perché sul boom di firme tra la Generazione Z.
Migliaia di ragazzi hanno scritto il loro nome per cambiare la norma sulla cittadinanza, da dove nasce questo interesse?
«La cittadinanza per loro è un tema di vita reale, pratica, non astratto. Sono i primi vissuti tra decine di coetanei, stranieri di…
«Certo che hanno contribuito la firma digitale, il tam tam sui social e i testimonial. Ma il successo della raccolta firme per il referendum sulla cittadinanza tra i giovanissimi ha almeno altre due ragioni: i ventenni di oggi sono i primi cresciuti in classi davvero miste e hanno un modo nuovo di fare politica, più vicino ai temi e meno ai partiti». Daniela Ionita, presidente e portavoce degli Italiani senza cittadinanza, riassume così la risposta ai perché sul boom di firme tra la Generazione Z.
Migliaia di ragazzi hanno scritto il loro nome per cambiare la norma sulla cittadinanza, da dove nasce questo interesse?
«La cittadinanza per loro è un tema di vita reale, pratica, non astratto. Sono i primi vissuti tra decine di coetanei, stranieri di seconda e terza generazione, che parlano lo stesso dialetto ma in gita scolastica non possono andare, alle urne non possono votare. Sono uguali senza uguali diritti».
Perché per un referendum c’è così tanta partecipazione giovanile e alle elezioni molta meno?
«La firma digitale è sicuramente un vantaggio. E a un referendum sembra che il proprio voto faccia davvero la differenza. Ma c’è di più: le nuovi generazioni hanno un modo nuovo di fare politica. Aderiscono a una campagna, sposano una causa, diventano attivisti per una battaglia — il clima, la cittadinanza, i diritti Lgbt — e per quella si mobilitano piuttosto che frequentare le giovanili di un partito da votare. I movimenti hanno un approccio tematico o intersezionale, mentre i partiti sono percepiti come gabbie polarizzate. Anche se la raccolta firme per il referendum è stata lanciata da +Europa non credo che si sarebbe raggiunto lo stesso risultato se ci non fossero state le associazioni a promuoverlo: si è capito che la cittadinanza è un battaglia giusta, non una campagna di partito».
Ve le aspettavate 630mila firme?
«Un po’ sì perché siamo convinti che la società civile abbia accolto da tempo le persone con background migratorio. Ma non credevamo in un’impennata finale così forte».
Merito dei social?
«Il loro uso soprattutto tra i ragazzi hanno dato una bella spinta, ancor più quando hanno aderito Ghali, Zerocalcare, Levante e personaggi pubblici che di rado si espongono su temi politici. Peccato che raggiunto il quorum siamo stati inondati di insulti razzisti: la destra istituzionale delegittima i tentativi di riforma e gli haters attaccano con discorsi d’odio».
Ora però c’è bisogno del voto. Come andrà a finire?
«Speriamo di sfruttare la stagione referendaria per votare sulla cittadinanza insieme all’Autonomia differenziata. Ma in ogni caso non ci fermeremo. Il segnale c’è stato: c’è la volontà di cambiare la legge proprio perché non è una questione di bandiere, ma un atto di civiltà».