«Ma dai, non può averlo detto davvero». Quando, a metà pomeriggio, le agenzie battono i primi lanci in cui Conte annuncia la rottura dell’alleanza per le Regionali e la morte prematura del campo largo, fra gli scranni di Montecitorio occupati dai deputati Pd si scatena uno strano formicolio. C’è chi si alza di scatto e mostra al collega vicino la schermata sul telefonino, chi si accascia sul banco, chi si assiepa intorno a Elly Schlein — il volto sbiancato — per chiederle: «E ora? Che si fa?».
In Aula i ranghi sono al completo, si vota il collegato Lavoro su cui le opposizioni hanno promesso battaglia, ma ormai il panico ha preso il sopravvento. La segretaria resta ancora un po’, poi si allontana di corsa, scortata da Nicola Fratoianni, l’altra metà di Avs sospettata di aver incoraggiato la sortita di Conte, soffiando sul fuoco anti-renziano. Dribbla i giornalisti, la crisi è seria, pronunciare parole a caldo potrebbe peggiorare le cose. Meglio tacere, finché il quadro non sarà più …
«Ma dai, non può averlo detto davvero». Quando, a metà pomeriggio, le agenzie battono i primi lanci in cui Conte annuncia la rottura dell’alleanza per le Regionali e la morte prematura del campo largo, fra gli scranni di Montecitorio occupati dai deputati Pd si scatena uno strano formicolio. C’è chi si alza di scatto e mostra al collega vicino la schermata sul telefonino, chi si accascia sul banco, chi si assiepa intorno a Elly Schlein — il volto sbiancato — per chiederle: «E ora? Che si fa?».
In Aula i ranghi sono al completo, si vota il collegato Lavoro su cui le opposizioni hanno promesso battaglia, ma ormai il panico ha preso il sopravvento. La segretaria resta ancora un po’, poi si allontana di corsa, scortata da Nicola Fratoianni, l’altra metà di Avs sospettata di aver incoraggiato la sortita di Conte, soffiando sul fuoco anti-renziano. Dribbla i giornalisti, la crisi è seria, pronunciare parole a caldo potrebbe peggiorare le cose. Meglio tacere, finché il quadro non sarà più chiaro: il leader 5S l’ha chiamata in causa come mai prima, l’accusa di aver imbarcato Iv senza averlo neppure informato, le scarica addosso la colpa del naufragio di una coalizione che aveva ottime chance di centrare il triplete — la vittoria in Liguria, in Emilia, in Umbria — e ora non più.
Nel frattempo la pattuglia democratica è in subbuglio. Ansiosa di capire quali saranno le ricadute immediate del divorzio. «La verità è che Conte vuol fare male al Pd per recuperare centralità, la novità è che lo fa insieme alla sinistra», mastica amaro Piero De Luca. «Il messaggio è: noi rappresentiamo un blocco del 20% ed esigiamo pari dignità», prosegue il deputato campano. «Una posizione preoccupante perché rischia di essere solo un regalo alla destra». Lo ammette pure Marco Furfaro, fedelissimo di Schlein, chiamato a commentare in tempo reale, mentre registra negli studi Rai il talk di Bruno Vespa: «Ogni volta che l’opposizione si spacca festeggia il governo, ogni secondo che parliamo delle nostre divisioni è uno smacco al Paese. Quando Conte dice che non voterà col Pd io mi rattristo, Meloni brinda». Per poi aggiungere, più duro: «Non si può decidere nel salotto di Porta a Porta se si fa l’alleanza in una regione, lo decidono nelle regioni gli elettori. Non si possono usare i territori per fare la battaglia politica». È questo il clima al Nazareno: rabbia e sconcerto per una tela che, come quella di Penelope, la segretaria dem tesse ogni giorno e i presunti alleati disfano la sera. Per di più a ridosso di scadenze elettorali sulla carta decisive: per le prospettive del centrosinistra, ma pure di un esecutivo in grande difficoltà.
E invece ecco l’autogol che cambia la partita. «Mi sembra chiaro che l’obiettivo sia alzare un’altra polemica con il Pd, per esigenze di posizionamento interno», si rammarica Lorenzo Guerini, da sempre fra i più ostili alla saldatura giallorossa. Vorrebbe rivendicare «io ve l’avevo detto», ma preferisce la cautela: «Le alleanze sono state decise nelle regioni in cui si vota», insiste l’ex ministro della Difesa. «Queste incursioni “romane” sanno tanto di politicismo stantio. Siamo pazienti, continuiamo ad esserlo, ma della pazienza non si deve mai abusare».
Un fastidio diffuso e trasversale. Che tracima nelle dichiarazioni un po’ oblique assecondate dal Nazareno per non allargare la frattura. È Francesco Boccia a incaricarsi di recapitare l’avvertimento: «Il campo largo non è mai esistito, esiste il centrosinistra ed esiste il Pd che, avendo ottenuto il 24% alle Europee, sente la responsabilità di guidare un processo politico alternativo alla destra». Come dire: non è Conte — che vale meno della metà di Schlein in termini di consenso — a decidere chi sta dentro la coalizione e chi fuori. Per cui «noi resteremo testardamente unitari perché, se si intende licenziare questo governo, alla fine tutti dovranno fare i conti con la realtà», conclude Gianni Cuperlo. «E non a Porta a Porta, ma nel rapporto col Paese che sta pagando le follie di una destra incapace e pericolosa».