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Fjona Cakalli e l’appello per il referendum sulla cittadinanza: “Da bambina mi sentivo dire ‘torna in Albania’ ma io sono italiana”

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La tech reporter ha una comunità di 500 mila persone che la segue tra tecnologia, auto e viaggi sulle varie piattaforme e su RaiTre e RaiPlay conduce Touch: “Quel pezzo di carta significa che sei a posto”
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“Cosa significa avere la cittadinanza italiana? È quel pezzo di carta che certifica a te e agli altri che sei a posto. A noi bambini sradicati è capitato di sentirci dire ‘torna al tuo Paese’ anche se magari quel Paese non l’abbiamo mai visto o vissuto. Io mi sono sempre sentita italiana, vivo qui da quando avevo quattro anni e già parlavo questa lingua, anche se ho preso la cittadinanza soltanto nel 2014”. Fjona Cakalli, 37 anni, è una tech reporter nata in Albania: sulle varie piattaforme ha una comunità di 500 mila persone che la segue tra tecnologia, auto e viaggi e su RaiTre e RaiPlay conduce Touch. “Il primo blog è stato Games princess nel 2012. I miei genitori erano primi ballerini all’Opera di Tirana, ma io e la danza non andavamo d’accordo, mi piacevano i videogiochi e da lì sono partita. Dovevo meritarmi di essere qui”.

“Cosa significa avere la cittadinanza italiana? È quel pezzo di carta che certifica a te e agli altri che sei a posto. A noi bambini sradicati è capitato di sentirci dire ‘torna al tuo Paese’ anche se magari quel Paese non l’abbiamo mai visto o vissuto. Io mi sono sempre sentita italiana, vivo qui da quando avevo quattro anni e già parlavo questa lingua, anche se ho preso la cittadinanza soltanto nel 2014”. Fjona Cakalli, 37 anni, è una tech reporter nata in Albania: sulle varie piattaforme ha una comunità di 500 mila persone che la segue tra tecnologia, auto e viaggi e su RaiTre e RaiPlay conduce Touch. “Il primo blog è stato Games princess nel 2012. I miei genitori erano primi ballerini all’Opera di Tirana, ma io e la danza non andavamo d’accordo, mi piacevano i videogiochi e da lì sono partita. Dovevo meritarmi di essere qui”.

È insolito che un personaggio del web esprima posizioni politiche. Lei in un video sui suoi profili social ha invitato tutti a firmare per il referendum sulla cittadinanza. Perché?

“Da bambina mi è pesato tanto non poter partecipare alle gite scolastiche ma sulla mia carta d’identità albanese c’era scritto ‘divieto di espatrio’, e la richiesta del visto non garantiva che poi sarebbe arrivato, ma dovevi pagare prima volo e albergo, e mio padre ballerino a Tirana qui faceva il muratore. Avevo 10 anni e dovevamo rinnovare i permessi di soggiorno: ci siamo messi in fila alle 4 del mattino davanti alla Prefettura. I poliziotti bollavano come stupidi chi non parlava bene italiano, e i miei erano tra loro. Io dissi a un poliziotto ‘parli con me, io parlo bene italiano’. Quel video non aveva uno scopo politico, ma raccontando la mia storia volevo smuovere qualcosa in chi mi segue, creare consapevolezza in un tempo in cui manca empatia. Certo, qualcuno su TikTok mi ha anche scritto ‘la cittadinanza italiana nemmeno dopo 30 anni’ e un altro ‘ma gli uffici della Prefettura aprono alle 8’. Sì, ma i numeretti si prendono molto prima. Mi è capitato spesso di parlare con persone ostili, ma non le giudico”.

Lei è nota soprattutto tra i giovani ed è la tech princess, dal nome del suo sito e del canale YouTube. Perché la proposta di referendum ha avuto questo successo, specie tra i giovani?

“La firma digitale ha contribuito molto, in tanti pochi minuti dopo quel video mi hanno scritto ‘fatto’, i nativi digitali cercano di evitare le Poste o i banchetti, anche se io avrei firmato ugualmente. Il sito del ministero della Giustizia è andato in crash, magari va ottimizzato. E i ragazzi sono spaventati, senza certezze, ma anche attenti ai diritti civili e all’ambiente. Io di politica da ragazza non mi sono mai occupata, perché non potevo incidere senza cittadinanza. Oggi mi accorgo che i giovani noi non li conosciamo. Anche per questo mi sono iscritta finalmente all’Università, Storia contemporanea, per capire i giovani e perché non siamo più allenati ad allenare il pensiero. Mi interessa anche chi non condivido”.

Vannacci, per esempio?

“Lo seguo, per capire le ragioni del suo successo”.

L’Italia dal suo punto di vista è un Paese razzista?

“Il razzismo fa rumore, c’è in tutti i posti, ma sono tanti anche i curiosi, e fanno meno rumore. Qualcuno è sempre lo straniero di qualcun altro. Viaggiando per il mondo, il razzismo lo vedi comunque. In Giappone non si affittano le case agli stranieri, per esempio. Non è stato facile per me quel video: non volevo esprimere rabbia, ma soltanto comunicare”.

Il referendum proposto da +Europa punta a ridurre da dieci a cinque gli anni di residenza necessari per ottenere la cittadinanza italiana. Ma è favorevole alle altre proposte di modifiche alla legge in materia?

“Lo Ius scholae ha senso, anche se bisogna vedere caso per caso: ci sono bambini di dieci anni nelle nostre classi che non parlano italiano”.

Com’è stato crescere in questo Paese arrivando dall’Albania?

“Mio padre era in stage alla Scala e decise di rimanere qui. Io e mia madre siamo arrivate poco dopo. Sapevo l’italiano dai cartoni animati, sulla Rai e su ItaliaUno, anche se il segnale ogni tanto saltava o veniva fatto saltare. Guardavamo ‘Fantastico’ e Sanremo. In Italia mio padre lo ricordo sempre stanco, e quando al telegiornale parlavano di rapine o violenze sussurrava ‘ora diranno che è albanese’ e spesso accadeva. Per loro è stato importante un corso regionale alla Scala da maître de ballet, perché la sera sbobinavano tutto e imparavano l’italiano: era il 1999. Fino ad allora mio padre mi chiedeva ‘cosa scritto su bolletta?’. Molti di noi bambini sradicati fanno da genitori ai genitori, io ho fatto lezioni di italiano a mia mamma. E spesso dobbiamo superare ostacoli più alti, dimostrare di essere bravi se non i migliori, anche se questo può creare problemi di autostima, com’è accaduto a me in alcune fasi”.

Ultimamente ha organizzato viaggi in Albania. È un ritorno a casa?

“Io ricordavo Tirana e poco altro, ma arriva sempre negli italiani di seconda generazione un momento in cui ti chiedi dove sono cresciuta? Puoi tagliare un albero e le radici restano nude, le mie sono in Italia ma qualcosa è rimasto scoperto. Così sono andata, cinque volte con gruppi di 10-20 persone. Alcuni partecipanti di Bergamo e Brescia hanno detto ‘in famiglia non abbiamo avuto il coraggio di raccontarlo’, ma alla fine erano entusiasti. L’Albania ha i suoi problemi, è un Paese in via di sviluppo, la guida ci diceva ‘qui a 13 anni giocavamo con le bombe a mano’. Ma a Tirana senti sempre di più italiani che parlano italiano, vivendo e lavorando lì. A me questo cambiamento fa ridere. Per me sono viaggi di integrazione al contrario: io nell’Italia ci credo ancora”.

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