“Sì agli aiuti a tempo ma no a nuove imposte”. La trattativa miliardaria di banche e imprese
di Francesco ManacordaBARI - Teatro Petruzzelli, assemblea pubblica di Confindustria, Emanuele Orsini (2024-10-04, Gino Sasanelli)
MILANO — Sì, trattare. Ma anche piantare paletti, chiarire quello che si è disposti a fare o meno, nel peggiore dei casi paventare catastrofiche conseguenze. Il mondo delle imprese, che siano finanziarie, di servizi o manifatturiere, è impegnato in queste ore in un confronto serrato con il ministero dell’Economia per cercare una mediazione tra la necessità del governo di fare cassa e quella propria di ciascuna associazione di difendere gli interessi di categoria.
Un confronto che giovedì, quando il ministro Giancarlo Giorgetti ha parlato di «sacrifici da tutti», ha visto scendere il gelo e ha provocato più di un brivido ai mercati finanziari. Sono state parole “colpose” o “dolose”, le sue? Difficile pensare che il più prudente tra i tifosi del Southampton e tra i ministri del governo abbia aperto bocca senza calcolarne gli effetti. Più probabile, allora, che quelle parole avessero un effetto segnaletico. Ma nei confronti di chi? Chiedetelo a quelli a cui Giorgetti vuole mettere le man…
MILANO — Sì, trattare. Ma anche piantare paletti, chiarire quello che si è disposti a fare o meno, nel peggiore dei casi paventare catastrofiche conseguenze. Il mondo delle imprese, che siano finanziarie, di servizi o manifatturiere, è impegnato in queste ore in un confronto serrato con il ministero dell’Economia per cercare una mediazione tra la necessità del governo di fare cassa e quella propria di ciascuna associazione di difendere gli interessi di categoria.
Un confronto che giovedì, quando il ministro Giancarlo Giorgetti ha parlato di «sacrifici da tutti», ha visto scendere il gelo e ha provocato più di un brivido ai mercati finanziari. Sono state parole “colpose” o “dolose”, le sue? Difficile pensare che il più prudente tra i tifosi del Southampton e tra i ministri del governo abbia aperto bocca senza calcolarne gli effetti. Più probabile, allora, che quelle parole avessero un effetto segnaletico. Ma nei confronti di chi? Chiedetelo a quelli a cui Giorgetti vuole mettere le mani in tasca e vi diranno che era ai suoi stessi colleghi di governo che si rivolgeva, per evitare preventivamente probabili richieste di fondi. Domandatelo a chi queste cose le guarda con più distacco e la risposta sarà che anche di queste improvvise drammatizzazioni si nutre una trattativa.
E allora, quiete dopo la tempesta, a via XX Settembre avranno di sicuro apprezzato l’intervento di ieri mattina a Bari del presidente di Confindustria Emanuele Orsini, fresco («scusate il ritardo») di un incontro «fondamentale» proprio con Giorgetti e che al governo offre il fascino delle cifre tonde e piene: ecco i «centoventi miliardi di tax expenditures», che sono le spese detraibili o deducibili, oggi nella disboscabile quantità di 625; ecco l’idea che gli industriali possano rinunciare a parte di quegli sgravi perché «abbiamo la necessità di trovare 10 miliardi, per rendere strutturali gli investimenti per le imprese».
Ma ovviamente, in Confindustria come negli altri luoghi di rappresentanza degli interessi economici, nessuno è disposto a firmare un assegno in bianco che il governo possa poi utilizzare a suo piacimento. E quindi, mentre con una mano si è pronti a dare, con l’altra si presenta una lunga lista della spesa in cui impiegare quei fondi: risorse per il cuneo fiscale che piace a imprenditori e dipendenti, impegni a spostare il traguardo del Pnrr da quel fine 2026 che è praticamente dopodomani a un punto futuro nel tempo, una stretta sui decreti attuativi del decreto Industria 5.0, magari anche una mossa contro quel Green Deal che non piace al governo e tantomeno alle imprese.
Meno plateale, nei suoi assist più o meno obbligati, il mondo delle banche. In questo campo, del resto, non solo la maggioranza si spacca tra la filocreditizia Forza Italia e le tentazioni vagamente punitive dei Fratelli d’Italia, che già l’anno scorso incassarono una magrissima figura e un ancor più magro gettito con la tassazione “Made in Fazzolari” degli extraprofitti bancari, ma assiste anche a qualche significativa discordanza nella Lega sul termine “contributo volontario”, che Giorgetti ha detto di escludere, mentre il suo segretario Matteo Salvini nelle stesse ore ha citato volentieri.
Anche qui la trattativa è aperta. L’Associazione dei banchieri ha dato la linea dieci giorni fa, il 25 settembre, con il suo comitato esecutivo, incaricando il direttore generale di «approfondire eventuali misure che possano mettere a disposizione una maggiore liquidità per il bilancio dello Stato». Ma poi, subito, i paletti per cui le «misure dovranno essere di natura temporanea e predeterminata» e «senza effetti retroattivi».
Su queste linee si scambiano adesso i fogli Excel con il ministero: gli istituti propongono di anticipare alcune somme che poi riscuoteranno come sostituto d’imposta per i loro clienti e soprattutto offrono di ritardare la trasformazione in crediti d’imposta dei loro Dta, i “Deterred tax assets”, ossia quelle cifre a cui hanno diritto dall’Erario per le spese di avviamento o per i prestiti che diventano inesigibili. Sull’entità di questo anticipo c’è una gran divergenza di opinioni, anche perché molto dipenderà dall’andamento dell’economia: diciamo che per le banche si sarà sopra il miliardo di euro, mentre il Tesoro è convinto che gli istituti possano fare di più.
Tra l’Abi e i suoi associati nessuno crede invece che il tema di una nuova tassa straordinaria sia attuale: sia perché, ricordano i banchieri, già nel 2016 il governo Renzi introdusse per le loro aziende una maggiorazione del 3,5% sull’Ires e dello 0,5% sull’Irap che avrebbe dovuto essere temporanea e poi è diventata definitiva. Sia per il fatto che quei tassi alti che hanno assicurato agli istituti ampi margini di intermediazione e quegli utili ipertrofici che ingolosiscono chi deve raccogliere entrate, sono già alle spalle. È solo un particolare, ma significativo, che il presidente dei banchieri, l’inossidabile Antonio Patuelli, porti con sé a qualsiasi incontro un lungo tabulato che riporta i tassi effettivi praticati dalle banche e mostra che in un anno l’Irs decennale, quello che serve come base per i mutui, è calato di oltre 120 punti base. Patuelli e il suo tabulato, così come Orsini e molti altri rappresentanti di associazioni di categoria, sono attesi non a caso oggi a Milano, alla Giornata dell’economia organizzata da Forza Italia.
E le assicurazioni? Anche loro stanno studiando come poter rispondere alle richieste del governo ritardando la conversione delle Dta in crediti d’imposta. Nessun allarme, anche se qualcuno ricorda ancora angosciato quel giorno dello scorso luglio quando Giorgetti — il ministro che non parla mai a caso — inserì in un’audizione parlamentare un accenno alle assicurazioni che facevano ottimi profitti e di cui ci si sarebbe dovuti occupare.
Trattare, dunque, ma cercare anche di approfittare delle fratture che appaiono nel governo, dei calcoli rettificati — in peggio — sul Pil, della voglia di Giorgia Meloni di avere in casa investitori come BlackRock e investimenti come quello di Microsoft, per giocarsi la carta del rischio fuga degli investitori se l’esecutivo dovesse esagerare. «Sì, va bene la destra sociale — sintetizza un banchiere — ma tra il marketing elettorale e le norme che arriveranno sono sicuro che ci sarà una bella differenza».