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Meloni punta la Consulta. Tre giudici di area per fermare i referendum

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Marini, autore del ddl sul premierato, è in pole position per la prima elezione. Il 12 novembre l’udienza per decidere sulle questioni di legittimità costituzionale sollevate da quattro Regioni in merito all’autonomia differenziata
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Giorgia Meloni vuole battere Donald Trump sull’arrembaggio ai giudici costituzionali? Parrebbe proprio di sì. Lui, da presidente Usa, ne nominò ben tre alla Corte suprema, e tutti conservatori. Lei, solo per ora, vuole prendersi il primo, ma se la manovra dovesse riuscire punta all’en plein, pronta a piazzare alla Consulta almeno altri due giuristi di provata fede. Riuscendo perfino a battere in spregiudicatezza l’ex Potus repubblicano perché scegliere per la Corte il proprio consigliere giuridico, certificato nell’organigramma del governo, significa andare oltre ogni ipotizzabile conflitto d’interessi. Ma tant’è. Accade questo nelle segrete stanze di Palazzo Chigi. Dove Francesco Saverio Marini, l’autore materiale del ddl sul premierato, è in procinto di spiccare il salto e cambiare palazzo.

Una famiglia per un partito

Da piazza del Quirinale potrà vigilare sul destino delle riforme della sua “signora e padrona”. E tenerla confidenzialmente aggiornata su eventuali sentenze scomode. S…

Giorgia Meloni vuole battere Donald Trump sull’arrembaggio ai giudici costituzionali? Parrebbe proprio di sì. Lui, da presidente Usa, ne nominò ben tre alla Corte suprema, e tutti conservatori. Lei, solo per ora, vuole prendersi il primo, ma se la manovra dovesse riuscire punta all’en plein, pronta a piazzare alla Consulta almeno altri due giuristi di provata fede. Riuscendo perfino a battere in spregiudicatezza l’ex Potus repubblicano perché scegliere per la Corte il proprio consigliere giuridico, certificato nell’organigramma del governo, significa andare oltre ogni ipotizzabile conflitto d’interessi. Ma tant’è. Accade questo nelle segrete stanze di Palazzo Chigi. Dove Francesco Saverio Marini, l’autore materiale del ddl sul premierato, è in procinto di spiccare il salto e cambiare palazzo.

Una famiglia per un partito

Da piazza del Quirinale potrà vigilare sul destino delle riforme della sua “signora e padrona”. E tenerla confidenzialmente aggiornata su eventuali sentenze scomode. Sempre che martedì prossimo la maggioranza, che dovrebbe garantire 363 voti, giusto i tre quinti dell’emiciclo, riesca davvero a raggiungere quel magico numero per incoronare il figlio di Annibale Marini, l’ex presidente della Consulta di provata fede aennina che, scaduto quel mandato, fu scelto da Gianfranco Fini anche come membro laico del Csm. Una famiglia per un partito e un’ideologia, sempre a destra.

Il nodo dell’autonomia differenziata

Meloni l’aveva dichiarato il 4 gennaio, giunta in conferenza stampa col raffreddore: «Adesso le carte le diamo noi». E intende mantenere la parola. Con un blitz che piglia di sorpresa pure Tajani e Salvini. Ma per la premier la priorità è mettere al sicuro l’Autonomia differenziata, minacciata dal referendum. Con una mossa a sorpresa il presidente della Consulta, Augusto Barbera, pure lui in scadenza il 21 dicembre con i suoi due vice Franco Modugno e Giulio Prosperetti, ha difatti fissato per il 12 novembre l’udienza per decidere sulle questioni di legittimità costituzionale sollevate da quattro Regioni: Puglia, Toscana, Sardegna e Campania. Facendo scattare l’allarme rosso ai piani alti dell’esecutivo perché la riforma può cadere del tutto o uscire fortemente azzoppata.

L’avvertimento di Schlein

Non ha dubbi il costituzionalista Gaetano Azzariti. «Se la Corte dovesse compromettere il destino della legge Calderoli accogliendo gran parte o addirittura tutti i rilievi delle Regioni che ne contestano un’incostituzionalità piena, oppure dovesse ammettere il referendum abrogativo, ne conseguirebbero effetti nefasti sulla stessa stabilità del governo. Subirebbe un colpo durissimo il primo dei tre pilastri delle riforme, che finirebbe per travolgere anche il premierato e la separazione delle carriere». Per Meloni sarebbe una débâcle. Per questo bisogna correre ai ripari, anche sfidando le opposizioni, già scese sul sentiero di guerra. «Noi non accetteremo alcun tipo di blitz sull’elezione dei giudici costituzionali», ha avvertito ieri la segretaria del Pd Elly Schlein. «È gravissimo anche solo averlo appreso dalla stampa. Questa concezione proprietaria delle massime istituzioni della Repubblica deve finire qui, e vederci tutti mobilitati a difesa delle garanzie democratiche».

Sgarro istituzionale

Tuttavia il rischio di rotolare verso il baratro costringe la presidente del Consiglio allo sgarro istituzionale. Voleva aspettare la fine dell’anno per scegliere tutti insieme i quattro magistrati che sarebbero mancati in quel momento, magari lasciandone soltanto uno alla minoranza, ma ora ha fretta. Le sue riforme e il suo governo sono in bilico.

Il timore di non farcela

Via allora all’sms, poche righe tutte in maiuscolo inviate giovedì mattina per serrare i ranghi e obbligare i parlamentari FdI a presidiare l’aula. «Attenzione, martedì 8 ottobre, ore 12.30, indispensabile la presenza di tutti al voto per la Corte costituzionale». Nessuna assenza giustificata, chi è in missione rientri. Il giorno dopo, stesso sms da Forza Italia. Repubblica li rivela entrambi e Meloni s’infuria per la fuga di notizie. Ma proprio quell’ordine perentorio e la successiva arrabbiatura tradiscono il timore di non farcela. Tant’è che lo stesso Marini conferma di essere l’unico candidato in pole, senza aggiungere altro. Via sms si limita a incrociare le dita. Né lui né la maggioranza vedono conflitti d’interesse. E pensare che il problema si pose quando fu eletto per la Corte l’ex Guardasigilli Giuliano Vassalli, che dieci anni prima aveva firmato il Codice di procedura penale. Traslocare senza soluzione di continuità da Palazzo Chigi a quello della Consulta, invece, è perfettamente normale...

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