La riforma del cinema, che non si tocca. La centralità delle periferie, da riconquistare. Gli incassi del Pantheon, da reinvestire. Nel mezzo un profluvio di citazioni e termini astrusi. Dall’”apocalittismo difensivo” alle citazioni filosofiche sbagliate, in poco più di 60 minuti Alessandro Giuli ha stordito maggioranza e opposizioni, con qualche parlamentare che è sobbalzato sulla sedia: “Supercazzole”.
E va bene, era la prima volta che il neoministro della Cultura si presentava alla sala del Mappamondo a Montecitorio per declamare, con le commissioni della Cultura di Camera e Senato riunite, le sue linee programmatiche. Ma dopo un’estate con il Mic in ostaggio di Maria Rosaria Boccia, travolti dalle dimissioni di Gennaro Sangiuliano, operatori culturali, del cinema, dello spettacolo e parlamentari chiedevano solo qualche certezza. E invece Giuli, fresco di ultimo esame di filosofia all’Università Sapienza, ha aperto il sipario cominciando “a leggere una parte un po' più teoreti…
La riforma del cinema, che non si tocca. La centralità delle periferie, da riconquistare. Gli incassi del Pantheon, da reinvestire. Nel mezzo un profluvio di citazioni e termini astrusi. Dall’”apocalittismo difensivo” alle citazioni filosofiche sbagliate, in poco più di 60 minuti Alessandro Giuli ha stordito maggioranza e opposizioni, con qualche parlamentare che è sobbalzato sulla sedia: “Supercazzole”.
E va bene, era la prima volta che il neoministro della Cultura si presentava alla sala del Mappamondo a Montecitorio per declamare, con le commissioni della Cultura di Camera e Senato riunite, le sue linee programmatiche. Ma dopo un’estate con il Mic in ostaggio di Maria Rosaria Boccia, travolti dalle dimissioni di Gennaro Sangiuliano, operatori culturali, del cinema, dello spettacolo e parlamentari chiedevano solo qualche certezza. E invece Giuli, fresco di ultimo esame di filosofia all’Università Sapienza, ha aperto il sipario cominciando “a leggere una parte un po' più teoretica". Nonostante il raffreddore (“vi infliggerò una sgraziata voce nasale”) e citazioni di Hegel errate (“la filosofia è il proprio tempo appreso con il pensiero”), il Giuli pensiero ha provato a volare alto, altissimo ma non è passato. Pochi alla fine hanno compreso le direttive del giornalista arrivato al Collegio Romano un mese fa.
Vestito scuro, anelli d’ordinanza e panciotto, il ministro ha sfoderato in audizione tutto il suo repertorio. Quello classico, e allora via con Pitagora, Dante, Petrarca, Botticelli, Verdi, insieme con Leonardo da Vinci e Galilei, Torricelli, Volta, Fermi, Meucci e Marconi. E quello inedito, con due rimandi ad Adriano Olivetti (già citato in realtà da Giorgia Meloni a Confindustria), che a Ivrea propose un’idea di cultura intesa come un “socializzare senza sovietizzare”, e un paio di omaggi anche all’architetto Portoghesi, capace di spiegare come “connettere centro e periferia”. Nel mezzo, termini come “genius loci” e “stimmung” che si sprecano.
Bisognava aspettarselo, l’inizio della declamazione giuliana era d’altronde questa: “Con la quarta rivoluzione epocale della storia delineante un’ontologia intonata alla rivoluzione permanente dell’infosfera globale, il rischio che si corre è duplice e speculare”. Ma anche “l’entusiasmo passivo, che rimuove i pericoli della iper-tecnologizzazione e per converso l’apocalittismo difensivo che rimpiange un’immagine del mondo trascorsa, impugnando un’ideologia della crisi che si percepisce come processo alla tecnica e al futuro intese come una minaccia”.
Mentre deputati e senatori tirano fuori vocabolari e appunti, Giuli è già andato oltre: “Siamo dunque precipitati nell’epoca delle passioni tristi? No”. A domanda posta però risponde lui e salva i parlamentari dall’imbarazzo.
Qualcosa di concreto, di terra terra, alla fine però arriva. Come l’elogio al suo predecessore per i 12 milioni incassati con i biglietti a pagamento del Pantheon, che verranno reinvestiti perché “concepiamo i ricavi della cultura come qualcosa che viene redistribuito, una tassa di scopo”. Di tangibile ci sono anche i 3 milioni di euro in bilancio per i carnevali storici e i 2 per le rievocazioni. Più fumoso invece l’impegno interministeriale per far vivere la cultura ai giovani, progetto che proporrà ai ministri Valditara e Bernini “senza esondare dalle proprie competenze come suggeriva il filosofo Massimo Cacciari”.
Eccola, la mano tesa alla sinistra. Perché Giuli non crede in una cultura “progressista o conservatrice”, tanto che le mostre su Gramsci e su Pasolini ci saranno. Un’illusione, prima che torni forte l’anima meloniana. E quindi il modello Caivano che è “un buon esempio di cosa può fare lo Stato”, perché bisogna “interessarsi delle periferie senza considerarle tali”. E il Piano Mattei che “sarà centrale” per “mettere a disposizione dei Paesi africani le nostre capacità”. Ma anche “l’Italia profonda dei borghi” da valorizzare.
Fino al cinema, terreno di scontro con sinistra e star system nostrano. Non parla mai di “polemiche”, Giuli, piuttosto di “confronti, equivoci”. I malumori per la revisione del tax credit rimangono, ma la riforma voluta da Sangiuliano, per "correggere le storture" del meccanismo di finanziamento e non per "pregiudizi ideologici verso una catena culturale che dà lavoro e prestigio all'Italia", resterà. Anche se, non esistono norme "non perfettibili”.
“Oggi solo linee programmatiche, settimana prossima interventi dei parlamentari”, ha chiuso la seduta il presidente di Commissione, Federico Mollicone, colonnello meloniano che tanto avrebbe voluto per sé la poltrona lasciata da Sangiuliano. Poco male, penseranno le opposizioni uscendo dall’aula, prima di riordinare i pensieri e chiedersi: ma quali sono esattamente le linee programmatiche del neoministro? Al Partito democratico è rimasta la preoccupazione per i tagli e le altre tasse, promesse da Giuli, mentre nel M5S l’ex attore Gaetano Amato ha ammesso di aver assistito a una “supercazzola”: “A un certo punto ci si poteva aspettare un 'come fosse antani' o 'con scappellamento a destra”.