ROMA — Un ex presidente della Consulta come lei, Ugo De Siervo, come giudica la mossa della premier Meloni di mandare alla Corte il suo consigliere giuridico Francesco Saverio Marini?
«L’ho letto sui giornali e ne sono davvero sorpreso perché Marini a palazzo Chigi è stato il redattore di vari disegni di legge che potranno essere giudicati dalla Corte».
Marini potrà essere visto, per il suo palese conflitto d’interessi, come una sorta di “spia”?
«Mi sembra una candidatura fortemente inopportuna. E non ricordo precedenti comparabili. Alla Corte sono stati eletti membri con un’esperienza parlamentare, ma garantendo al massimo il loro distacco dalla politica contingente».
L’eccezionale vicinanza tra Marini e Meloni segnerà un precedente?
«Purtroppo potrebbe esserlo. Basti pensare che si sta ipotizzando di eleggere il nuovo giudice col minimo dei voti, mentre tutta la storia della Corte ci segnala che giudici riferibili alla maggioranza o all’opposizione sono sempre stati eletti con quoru…
ROMA — Un ex presidente della Consulta come lei, Ugo De Siervo, come giudica la mossa della premier Meloni di mandare alla Corte il suo consigliere giuridico Francesco Saverio Marini?
«L’ho letto sui giornali e ne sono davvero sorpreso perché Marini a palazzo Chigi è stato il redattore di vari disegni di legge che potranno essere giudicati dalla Corte».
Marini potrà essere visto, per il suo palese conflitto d’interessi, come una sorta di “spia”?
«Mi sembra una candidatura fortemente inopportuna. E non ricordo precedenti comparabili. Alla Corte sono stati eletti membri con un’esperienza parlamentare, ma garantendo al massimo il loro distacco dalla politica contingente».
L’eccezionale vicinanza tra Marini e Meloni segnerà un precedente?
«Purtroppo potrebbe esserlo. Basti pensare che si sta ipotizzando di eleggere il nuovo giudice col minimo dei voti, mentre tutta la storia della Corte ci segnala che giudici riferibili alla maggioranza o all’opposizione sono sempre stati eletti con quorum molto alti, rappresentativi di una condivisione sostanziale dei diversi schieramenti».
Lei quanti voti prese?
«Ne ebbi 599 da un Parlamento a maggioranza di centrodestra. E così si è fatto sempre, perché i nuovi giudici non sono i rappresentanti faziosi di una parte, ma persone di diversa provenienza ritenute affidabili».
Meloni vuole copiare Trump che nominò tre giudici conservatori su una Corte con nove membri, di fatto pregiudicandone l’orientamento?
«La conseguenza è stata catastrofica, con una secca perdita di autorevolezza che ha sminuito la credibilità stessa delle decisioni della Corte Suprema degli States. Mentre un autorevole organo indipendente rafforza le istituzioni».
Non c’è di più nel proporre giusto l’autore materiale del premierato?
«Quella riforma però, dopo l’eventuale voto definitivo del Parlamento, che certo io non auspico, sarà giudicata solo dal corpo elettorale. Quindi, almeno su questo, l’ipotetico giudice Marini non potrà pronunciarsi».
Sul tavolo però ci sono Autonomia differenziata, che lei ha bocciato tante volte, separazione delle carriere su cui la maggioranza sta accelerando, e Marini, in palese conflitto, le difenderà entrambe.
«Speriamo che ciò non avvenga perché sarebbe un vulnus rispetto alle regole e alle prassi sempre rispettate nella nostra esperienza repubblicana».
Chi difende Marini cita Giuliano Vassalli, autore del codice di procedura penale e poi Guardasigilli, ed eletto alla Corte. Il paragone regge?
«Nemmeno per sogno, perché molti giudici della Corte votati dalle Camere avevano precedenti in Parlamento e nei governi, ma furono scelti accuratamente con larghe condivisioni politiche e d’aula, con l’impegno sostanziale di distaccarsi dalla politica contingente. Quanto a Vassalli fu Cossiga a nominarlo».
Qui però Meloni, via sms, ha imposto Marini anche a FI e Lega, ignorando le opposizioni.
«La vicenda mi ha sorpreso molto perché finora si è sempre cercato il dialogo con le opposizioni anziché relegarle in un angolo. Qui invece assistiamo a uno strappo rispetto a una consuetudine che ha contribuito ad assicurare la forza e la credibilità della Corte».
Meloni ha bisogno di una gola profonda alla Corte?
«Forse si sta cercando di influire sul prossimo giudizio sulla legge Calderoli e questo spiegherebbe l’improvvisa e di certo strana urgenza della nomina dopo le sette sedute andate a vuoto».
Tutti davano per scontato un voto a dicembre su quattro giudici, ma poi il presidente Barbera ha fissato la seduta sull’Autonomia e Meloni ha spinto l’acceleratore.
«Certo la coincidenza è malandrina e genera il sospetto di un’urgenza improvvisa legata al rischio di veder bocciata proprio l’Autonomia, con il rischio che poi cada il sostegno della Lega sulle altre riforme del governo».
Le opposizioni non voteranno. Protesta sufficiente?
«Per ora sì. Soprattutto evita il rischio di qualche voto sottobanco magari frutto di un deputato o senatore deluso nelle sue aspettative».