«Da giovane ho avuto modo di conoscere Paolo Bonomi, il vostro fondatore». Sergio Mattarella è al Teatro Eliseo. Gremito per gli ottant’anni di Coldiretti. A sorpresa ne snocciola la storia. Quella di un cattolico di talento. Cresciuto, come il padre della Cisl Giulio Pastore, nella parrocchia San Martino a Novara, guidata da Ugo Poletti, il futuro presidente della Cei. Bonomi fu partigiano. Insignito della medaglia di bronzo al valor militare. Mattarella ne cita la motivazione, esaltandone l’eroismo contro i nazifascisti.
Perché sente il bisogno di ribadire le radici cattoliche ed antifasciste della Coldiretti? Forse perché in questa stagione è scivolata a destra, cinghia di trasmissione del ministro meloniano all’agricoltura, Francesco Lollobrigida? Il suo presidente, Ettore Prandini, un anno fa aggredì due parlamentari di +Europa, Benedetto Della Vedova e Riccardo Magi, fuori dalla Camera dei deputati.
È una vera e propria lezione di storia. Ricorda che «le guerre del fascismo avevano sconvolto la produzione agricola». E quindi ci vollero i democristiani come Bonomi per ricostruire un tessuto organizzativo e morale. Ad ispirare gli articoli della Costituzione dedicati all’agricoltura, l’articolo 44, e l’articolo 47 che «assegna alla Repubblica il compito di favorire l’accesso alla proprietà diretta coltivatrice». Quest’ultimo traduceva in precetto costituzionale il grido di dolore delle campagne che reclamavano «la terra a chi lavora». Le battaglie, a caro prezzo, di migliaia e migliaia di contadini che poi portarono alla riforma agraria. Una dolorosa storia di emancipazione. Mattarella, da uomo del Sud, sa di cosa parla.
I padri costituenti scelsero nella formulazione della norma una terza via tra il latifondo degli agrari fascisti e il modello sovietico «di carattere collettivistico-kolkosiano». Si realizzarono così «i diritti del popolo rurale». E la Coldiretti fu il presidio, nei campi e nel Paese, del libero svolgimento della vita democratica».
E siamo al secondo monito contenuto nell’intervento del Capo dello Stato. L’ancoraggio necessario all’Europa. Perché la nostra agricoltura è forte nel contesto europeo. Siamo primi nell’Unione per qualità Dop, primi per Igp (indicazione geografica protetta), primi per Stg (specialità tradizionali garantite). «Le politiche europee hanno saputo introdurre percorsi che hanno collocato la difesa dell’agricoltura nel contesto delle politiche territoriali tese alla salvaguardia dei territori e delle popolazioni delle aree interne». L’agricoltura non a caso è nel cuore del Trattato del 1957 con cui venne istituita quella che oggi è l’Unione europea.
E quindi, nel rigettare ricorrenti tentazioni nazionalistiche, (Lollobrigida è il ministro “della sovranità alimentare”) Mattarella avvisa i dirigenti Coldiretti: «Saremmo danneggiati da una competizione tra i vari paesi, tramite regole di chiusura dei mercati, quasi di sapore autarchico: si chiuderebbero spazi al prevalere della buona qualità. Quella che noi, in ogni campo, assicuriamo».
Insomma, a chiusura corrisponderebbe chiusura, e ci perderemmo noi che esportiamo l’eccellenza.
Bonomi ripudiò il corporativismo. Si aprì al nuovo. «Non bisogna avere paura del nuovo», incoraggia la platea.
L’applauso più grande però gli arriva quando ricorda l’impegno fondamentale degli agricoltori nel buio della pandemia.