Urbinati: “La destra vive di risentimento e vittimismo”
di Matteo PucciarelliLa politologa Nadia Urbinati ricorda che «la Costituzione è nata da uno sforzo enorme di moderazione e compromesso dopo un periodo di guerra e miseria. Oggi non si può uscire da questa logica di dialogo, altrimenti salta tutto». E riflettendo sulla natura della destra italiana al governo, cita spesso le parole risentimento e rancore.
Ma sono davvero due categorie politiche? O sono solo umori strumentalizzati dalla destra?
«I filosofi moderni le chiamavano passioni tristi perché invece di spronare la mente e la volontà verso progetti futuri, congelano l’azione e impongono di restare fissi su un passato che, a quel punto, passato non è mai, e che orienta a cercare la vendetta».
Possiamo dire che allora una terza parola è vittimismo?
«Sono parole collegate perché il risentimento è una passione che orienta la mente a cercare colpe e nemici: quel che a noi non riesce è da imputare a chi ci vuol male o è di impedimento. Si è sempre con le antenne rivolte a possibili aggressioni o cause…
La politologa Nadia Urbinati ricorda che «la Costituzione è nata da uno sforzo enorme di moderazione e compromesso dopo un periodo di guerra e miseria. Oggi non si può uscire da questa logica di dialogo, altrimenti salta tutto». E riflettendo sulla natura della destra italiana al governo, cita spesso le parole risentimento e rancore.
Ma sono davvero due categorie politiche? O sono solo umori strumentalizzati dalla destra?
«I filosofi moderni le chiamavano passioni tristi perché invece di spronare la mente e la volontà verso progetti futuri, congelano l’azione e impongono di restare fissi su un passato che, a quel punto, passato non è mai, e che orienta a cercare la vendetta».
Possiamo dire che allora una terza parola è vittimismo?
«Sono parole collegate perché il risentimento è una passione che orienta la mente a cercare colpe e nemici: quel che a noi non riesce è da imputare a chi ci vuol male o è di impedimento. Si è sempre con le antenne rivolte a possibili aggressioni o cause di danno. C’è l’idea che il mondo sia fatto di nemici. È una gabbia, non basta uscirne con letture, unione con gli altri, la catarsi. Non ci si libera dai fantasmi».
La destra è tornata al governo, dopo il fascismo, nel 1994. Sono passati trenta anni. Quanto può durare la leggenda degli underdog ai margini?
«Meloni non ha mai accettato la posizione revisionista di Fini, per cui è quella destra che non accetta la contaminazione col mondo moderno e liberale. La sua uscita da quell’alveo ha significato rimanere per i suoi una underdog; ci si costruisce l’immagine di unicità nella marginalità, quindi si può accusare il potere o la maggioranza perché marginali; poi,una volta al potere si persiste nel vittimismo contro chi si oppone».
Da quando queste caratteristiche sono diventate vincenti? Dopotutto a destra di Berlusconi prometteva sogni, qui invece sembra mancare la gioia, ma si promette al massimo un regolamento di conti.
«Questa è un’età cupa e sempre alla ricerca di avversari e cospirazioni, c’è diffidenza, ho letto che in una chat ha parlato di infami, termine tremendo. Non c’è mai stata una vera e propria riconsiderazione della cultura fascista che ha permeato il Paese. L’Msi del resto era fuori dall’area costituzionale ma ha sostenuto dei governi dc, sono sempre stati presenti senza fare una riflessione critica sul passato. Si credeva di aver vinto con la Resistenza, ma i conti non si fecero mai del tutto, quell’epoca non si è chiusa».
Lei oggi dove vede, come descriverebbe, il cadornismo?
«Quando si danno ordini dall’alto senza contare sulla convinzione; in questo senso Gramsci opponeva il cadornismo all’obbedienza per consenso. Si tratta di imporre un ordine. Meloni e FdI stanno usando lo Stato in questo modo, come un insieme di casematte dove piazzano i loro fedelissimi, che si presume obbediscano fedelmente».
Finirà con una Caporetto?
«Siamo una società lacerata, ma c’è ancora un senso dei diritti della persona; dopo 80 anni di libertà imporre dall’alto è più complicato. Quello che vediamo è però un approccio autoritario dirompente e anche disfunzionale, perché la complessità è enorme e c’è bisogno di cooperazione e scambio; il verticalismo non basta».
Parlando di cadornismo, si fa confusione tra legalità e giustizia.
«Proprio così, il cadornismo è gerarchia, “fai quel che ti dico di fare!”; attitudine antidemocratica. Tuttavia quando pensiamo che una cosa sia errata abbiamo la legittimità per dirlo, anche se chi ragiona in base al cadornismo tutto ciò non lo accetta. Ma è un atteggiamento che porta alla sconfitta, alla disfunzione, presto o tardi».
La sinistra come può rispondere a queste pulsioni?
«Insistendo sul valore democratico della comunità nazionale, è una regola di vita e non solo è giusta, ma funzionale».