BRUXELLES — Una nuova mediazione turca. Fondata su due concetti: il “congelamento” del conflitto e la “protezione” della Nato. Mentre il presidente ucraino Zelensky visita le capitali europee per trovare nuovi aiuti contro la Russia, uno spazio diplomatico per una tregua o un cessate il fuoco inizia ad aprirsi.
Nelle ultime riunioni della Nato, cui ha partecipato anche il neo nominato Segretario generale, Mark Rutte, è iniziata a circolare un’ipotesi molto informale ma che sta aprendo una nuova fase nella guerra russo-ucraina. Il presidente turco Erdogan, infatti, da tempo sta cercando di assumere un ruolo maggiore nello scacchiere est europeo. Lo aveva fatto anche nella costruzione dei cosiddetti “corridoi del grano”. Sebbene di recente Mosca abbia più volte trasgredito quell’intesa colpendo anche le aree teoricamente sottratte al conflitto per difendere la produzione e il trasporto dei cereali. Resta il fatto che da Ankara sono partiti sondaggi ufficiosi per verificare la disponibil…
BRUXELLES — Una nuova mediazione turca. Fondata su due concetti: il “congelamento” del conflitto e la “protezione” della Nato. Mentre il presidente ucraino Zelensky visita le capitali europee per trovare nuovi aiuti contro la Russia, uno spazio diplomatico per una tregua o un cessate il fuoco inizia ad aprirsi.
Nelle ultime riunioni della Nato, cui ha partecipato anche il neo nominato Segretario generale, Mark Rutte, è iniziata a circolare un’ipotesi molto informale ma che sta aprendo una nuova fase nella guerra russo-ucraina. Il presidente turco Erdogan, infatti, da tempo sta cercando di assumere un ruolo maggiore nello scacchiere est europeo. Lo aveva fatto anche nella costruzione dei cosiddetti “corridoi del grano”. Sebbene di recente Mosca abbia più volte trasgredito quell’intesa colpendo anche le aree teoricamente sottratte al conflitto per difendere la produzione e il trasporto dei cereali. Resta il fatto che da Ankara sono partiti sondaggi ufficiosi per verificare la disponibilità a sospendere le azioni armate, inserire le zone invase dalla Russia in una sorta di “sospensione” che in parte richiama quel che è accaduto per la Corea del Nord e del Sud. E quindi offrire una protezione “totale” del restante territorio ucraino da parte della Nato, di cui la Turchia fa parte.
L’idea-guida consisterebbe dunque nel far entrare rapidamente Kiev nell’Alleanza Atlantica per aprire l’ombrello che impedirebbe ulteriori avanzate del Cremlino. Per ora le trattative sono ancora embrionali e del resto non potrebbe che essere così fino alle elezioni americane. Ma proprio il voto statunitense sta accelerando la costruzione di un percorso di pace. Chiunque vinca a Washington, infatti, non potrà che porsi immediatamente il problema di chiudere il capitolo ucraino. Basti pensare a quel che ha detto due giorni fa il premier ungherese, Viktor Orbán, che ben conosce Trump: «Se Donald vincerà, non aspetterà gennaio per fare la pace in Ucraina».
Ma c’è un aspetto che fa capire che la “soluzione turca” non è solo un tentativo. Gli uffici della Nato a Bruxelles stanno già preparando la lettera di invito per il summit che si terrà all’Aja, in Olanda, il prossimo giugno. E il quesito cui i 32 Paesi membri si stanno ponendo è: questa lettera va inviata anche a Kiev?
Bisogna tenere presente che quando a luglio scorso Zelensky è stato ricevuto alla Casa Bianca per illustrare il suo “Victory plan”, il presidente Biden non lo prese bene. Sia per le risorse richieste sia per la domanda di adesione all’Allenza senza condizioni. Gli Stati Uniti, in quel momento, preferivano garantire una «protezione» su vasta scala incrementando il cosiddetto “Ucranian compact”. Ma ora la situazione inizia ad essere sensibilmente diversa. Che la fase sia diversa lo testimonia un altro aspetto non marginale: dal 23 ottobre gli Usa non avranno la loro ambasciatrice presso la Nato. In un momento ordinario nessuno se ne sarebbe preoccupato e forse sarebbe stato anche sostituito. Adesso la nomina sarà effettuata sulla base di chi vincerà tra Harris e Trump ma anche delle capacità più adatte a trovare un’intesa per la pace. E si tratta di un’attesa che nel quartier generale dell’Alleanza viene vissuta con trepidazione.
Il percorso, dunque, è avviato. Il Cremlino dice ufficialmente di non aver ricevuto «nessun segnale», nemmeno dal “nemico” Zelensky. Ma dopo il 5 novembre il quadro cambierà e i semi diplomatici piantati ora potrebbero germogliare.