ROMA — «Grazie Giorgia per il tuo forte sostegno, e un grazie speciale per gli aiuti alla difesa», dice il presidente Volodymyr Zelensky poco prima di lasciare Villa Pamphilj, dove lo avevano accolto l’abbraccio della premier Meloni e il picchetto d’onore dei Lancieri di Montebello. Meloni gli accenna a un nuovo pacchetto di aiuti in arrivo, ma guarda al dopo: «Dobbiamo aiutare l’Ucraina a ottenere le migliori condizioni per la pace, che non può essere una resa. E il 10 e 11 luglio faremo a Roma una Conferenza per la ricostruzione».
Zelensky veniva da Parigi, dove ha incassato la promessa del «sostegno incrollabile» del presidente Emmanuel Macron, non proprio una cambiale in bianco. Poche ore prima, a Londra, aveva presentato il suo «piano per la vittoria» al premier Keir Starmer e al segretario della Nato Marc Rutte, ottenendo un’apertura all’idea di un manipolo di soldati di Sua Maestà nell’ovest del Paese. Restando lontani dalle trincee servirebbero a formare le nuove leve — i raga…
ROMA — «Grazie Giorgia per il tuo forte sostegno, e un grazie speciale per gli aiuti alla difesa», dice il presidente Volodymyr Zelensky poco prima di lasciare Villa Pamphilj, dove lo avevano accolto l’abbraccio della premier Meloni e il picchetto d’onore dei Lancieri di Montebello. Meloni gli accenna a un nuovo pacchetto di aiuti in arrivo, ma guarda al dopo: «Dobbiamo aiutare l’Ucraina a ottenere le migliori condizioni per la pace, che non può essere una resa. E il 10 e 11 luglio faremo a Roma una Conferenza per la ricostruzione».
Zelensky veniva da Parigi, dove ha incassato la promessa del «sostegno incrollabile» del presidente Emmanuel Macron, non proprio una cambiale in bianco. Poche ore prima, a Londra, aveva presentato il suo «piano per la vittoria» al premier Keir Starmer e al segretario della Nato Marc Rutte, ottenendo un’apertura all’idea di un manipolo di soldati di Sua Maestà nell’ovest del Paese. Restando lontani dalle trincee servirebbero a formare le nuove leve — i ragazzi sempre meno convinti di combattere, reclutati a forza dalla mobilitazione — prima che finiscano al fronte. Ma verrebbe varcata un’altra linea rossa del Cremlino, se fosse formalizzata ufficialmente la presenza di formatori Nato in Ucraina.
Archiviato anche l’incontro con Meloni, l’alleata tiepida che gli aveva risposto «no» all’uso delle armi italiane per colpire in Russia, oggi farà tappa a Berlino e in Vaticano, un’altra spina nel rosario del presidente in mimetica. I precedenti con papa Francesco non sono entusiasmanti, ma Zelensky ha bisogno del Pontefice per tenere in piedi la passerella verso il Sud globale, senza il quale la sua proposta di pace è destinata a rimanere una proposta.
È arrivato a Roma sulle ali delle indiscrezioni secondo cui sarebbe pronto ad accettare un compromesso territoriale in cambio di solide garanzie di sicurezza come l’ingresso nella Nato. Ma «il cessate il fuoco non è un argomento sul tavolo», dice prima che le colombe volino troppo in alto. «Non abbiamo visto nessun segnale della volontà di Kiev di arrivare a un cessate il fuoco», aveva d’altronde già detto il Cremlino, prima che Zelensky stesso bollasse come «propaganda russa» le indiscrezioni. Eppure tutti, e naturalmente anche Zelensky, sanno che una trattativa sarà necessaria: è il segreto di Pulcinella, nessuno ascolta più la fanfara di guerra che prometteva vittoria totale, la cacciata dei russi dal Donbass e dalla Crimea fino ai confini del 1991. Crederci era servito a stringere il Paese all’indomani dell’invasione, ma la fiducia nel presidente e nelle sue promesse è al minimo storico. Zelensky lo sa, ma sa anche quanto sia complesso riformularle al ribasso.
La controffensiva nel Kursk ha riacceso la fiammella dell’entusiasmo, ma è ferma al palo. Nel Donbass i russi avanzano con rapidità, la mobilitazione non rifornisce le trincee con truppe formate e convinte come quelle ormai devastate da più di due anni e mezzo di guerra. Le elezioni americane sono una spada di Damocle, le onde cicliche della “stanchezza” degli alleati sono in alta marea. Sul fronte interno, il governo si regge in virtù della legge marziale, ma nell’impopolarità dell’ufficio presidenziale. I lunghi coltelli della politica hanno fatto piazza pulita del dissenso tenendo insieme il governo coi rimpasti, e già si dice penzolino le teste del ministro della Difesa Umerov e del capo dei servizi militari Budanov inviso al visir di Zelensky, il suo capo ufficio Yermak.
E intanto la corruzione resta un moloc, il calo demografico è un incubo e lo Stato si regge solo con i trasferimenti miliardari degli alleati. L’unica possibilità di tenere la macchina in moto è stringere le redini con gli alleati e pressarli a concedere armi, denaro e garanzie di sicurezza. Di questo lui parla nelle capitali europee. Questo viaggio era indispensabile, dopo la cancellazione del vertice di Ramstein per l’uragano in America; e dopo lo slittamento a data da destinarsi del secondo Summit globale di pace incardinato sulla proposta in dieci punti di Zelensky, sempre più a rischio di finire in un vicolo cieco. Il presidente aveva provato a forzare per organizzare il Summit prima delle elezioni americane. Il tentativo è fallito.