Ci lavora Palazzo Chigi, in queste ore. L’idea è portare Giorgia Meloni in Libano, nella cornice di una missione in Medio Oriente. Venerdì, probabilmente. Per incontrare i soldati italiani di Unifil. Come segnale dopo gli attacchi israeliani. Viaggio rischioso, in un teatro di guerra. Difficilissimo da organizzare sul fronte della sicurezza. Scivoloso sul piano diplomatico. Per questo, in stand-by fino all’eventuale partenza.
Raggiungere il contingente farebbe la differenza tra un tour di peso e una normale missione che, comunque, la premier terrà nelle vesti di presidente del G7. La prima tappa sarebbe Amman, in Giordania. L’altra, ancora da confermare, il Cairo. Non c’è invece Tel Aviv: Meloni è furiosa e non prova neanche a far visita a Benjamin Netanyahu (anche se la mozione parlamentare del centrodestra oggi in Parlamento in vista del Consiglio europeo usa molte cautele verso Israele). La tappa libanese, infine: presenta evidenti complicazioni logistiche. Atterrare a Beirut e r…
Ci lavora Palazzo Chigi, in queste ore. L’idea è portare Giorgia Meloni in Libano, nella cornice di una missione in Medio Oriente. Venerdì, probabilmente. Per incontrare i soldati italiani di Unifil. Come segnale dopo gli attacchi israeliani. Viaggio rischioso, in un teatro di guerra. Difficilissimo da organizzare sul fronte della sicurezza. Scivoloso sul piano diplomatico. Per questo, in stand-by fino all’eventuale partenza.
Raggiungere il contingente farebbe la differenza tra un tour di peso e una normale missione che, comunque, la premier terrà nelle vesti di presidente del G7. La prima tappa sarebbe Amman, in Giordania. L’altra, ancora da confermare, il Cairo. Non c’è invece Tel Aviv: Meloni è furiosa e non prova neanche a far visita a Benjamin Netanyahu (anche se la mozione parlamentare del centrodestra oggi in Parlamento in vista del Consiglio europeo usa molte cautele verso Israele). La tappa libanese, infine: presenta evidenti complicazioni logistiche. Atterrare a Beirut e raggiungere in elicottero la base Onu? Oppure volare fino a Tel Aviv e muoversi da lì, senza però essere ricevuti dal governo israeliano? Tutto molto complesso, appunto. Resta la volontà di portare un messaggio di de-scalation nelle capitali mediorientali. Ne avrebbero ragionato ieri il sottosegretario alla Presidenza Alfredo Mantovano e il capo della Cia William Burns, a Palazzo Chigi.
Anche la diplomazia europea è concentrata sulla crisi. Nel week-end, gli stati maggiori militari di Roma e Parigi si sono scambiati valutazioni sui rischi per i soldati in Libano, allineandosi sul rifiuto di smobilitare. Un coordinamento è in corso per evitare problemi di rifornimento di cibo e risorse. E si lavora a un rafforzamento delle modalità operative della missione, secondo uno schema che sarà discusso già domani in una videocall tra i ministri della Difesa Guido Crosetto e Sébastien Lecornu. L’obiettivo non è solo ribadire a Israele la richiesta di «cessare gli attacchi contro l’Unifil», secondo una nuova dichiarazione dei ministri degli Esteri di Italia, Francia, Germania e Regno Unito. Il passo avanti è cominciare a stabilizzare la missione. Il mandato di peacekeeping dell’Unifil non si può toccare — sarebbe impossibile trovare una convergenza al Consiglio di sicurezza — ma si parla di aumentarne gli effettivi, che potrebbero salire fino da 10 a 12 mila unità. Il ruolo chiave spetterebbe alle Forze armate libanesi (Laf), da mandare lungo il confine per riprendere il controllo del territorio. Il generale libanese Joseph Aoun — fortemente sostenuto dagli americani — spinge per questa soluzione. E ha proposto di schierare in un primo tempo fino a duemila uomini lungo la Linea Blu. Al rafforzamento delle Laf potrebbero partecipare anche Emirati Arabi Uniti, Qatar e Arabia saudita: i leader Ue lo chiederanno domani a Bruxelles all’emiro del Qatar e al principe saudita Mohammed bin Salman.
Infine, il dibattito all’Onu. Ieri il Consiglio di sicurezza si è riunito per discutere del Libano e di Unifil. Incontri a porte chiuse, con i quindici ambasciatori dei paesi membri, dunque senza l’Italia. L’obiettivo della Francia era tentare di far approvare un comunicato stampa sull’esigenza di proteggere Unifil. La sensazione, trasmessa da fonti del Palazzo di Vetro, è che Netanyahu andrà fino in fondo per eliminare le postazioni di Hezbollah a sud del fiume Litani. Con o senza la comunità internazionale, e sfruttando il sostanziale silenzio americano. Preservare Unifil resta però un obiettivo essenziale per il dopo guerra.