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Il veto dei socialisti, Fitto rischia. Meloni: “Forziamo e votiamolo anche con i patrioti e senza Pse”

Raffaele Fitto

 (ansa)

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La premier a Bruxelles ha indicato agli alleati il bivio politico delle prossime settimane sul ruolo da vicepresidente Ue: “Dobbiamo eleggerlo, per noi va bene anche una maggioranza alternativa”
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Bruxelles - Notte di mercoledì, al tavolino del bar Magritte. Mentre sorseggia uno spritz, Giorgia Meloni indica agli alleati il bivio politico più allarmante delle prossime settimane: “I segnali non sono buoni – è il senso dei suoi ragionamenti - dobbiamo essere in grado di eleggere Fitto anche senza i socialisti. Per noi, va bene anche una maggioranza alternativa”. La premier si rivolge ad Antonio Tajani, pregandolo di far esporre i Popolari a favore del candidato commissario italiano e contro il veto dei socialisti. Ma la leader parla soprattutto a Matteo Salvini. Gli chiede di spingere al massimo su Fitto nel vertice dei Patrioti che si terrà poche ore dopo. Serve il via libera dell’ultradestra di Viktor Orbán e Marine Le Pen. Perché Fitto, adesso, rischia. Soprattutto a causa della vicepresidenza esecutiva concessa al ministro del Pnrr, vissuta come uno strappo di Ursula von der Leyen contro Pse e liberali. E potrebbe salvarsi solo perché eletto con una maggioranza diversa – e pi…

Bruxelles - Notte di mercoledì, al tavolino del bar Magritte. Mentre sorseggia uno spritz, Giorgia Meloni indica agli alleati il bivio politico più allarmante delle prossime settimane: “I segnali non sono buoni – è il senso dei suoi ragionamenti - dobbiamo essere in grado di eleggere Fitto anche senza i socialisti. Per noi, va bene anche una maggioranza alternativa”. La premier si rivolge ad Antonio Tajani, pregandolo di far esporre i Popolari a favore del candidato commissario italiano e contro il veto dei socialisti. Ma la leader parla soprattutto a Matteo Salvini. Gli chiede di spingere al massimo su Fitto nel vertice dei Patrioti che si terrà poche ore dopo. Serve il via libera dell’ultradestra di Viktor Orbán e Marine Le Pen. Perché Fitto, adesso, rischia. Soprattutto a causa della vicepresidenza esecutiva concessa al ministro del Pnrr, vissuta come uno strappo di Ursula von der Leyen contro Pse e liberali. E potrebbe salvarsi solo perché eletto con una maggioranza diversa – e più a destra – rispetto a quella che incoronerà il resto dei membri della prossima Commissione.

La verità è che Meloni – e con lei Ursula von der Leyen – hanno commesso nelle ultime ore alcuni errori. Meglio: degli strappi ad alto coefficiente di rischio. Forzando la mano sui migranti. E dando la sensazione di un asse che si sposta sempre più verso destra. La presidente della Commissione ha scelto di sedere al tavolo della riunione sul “modello Albania” presieduta da Meloni. La premier, poi, ha lodato la trasversalità dell’incontro, ricordando che tra i capi di governo coinvolti ci sono due del gruppo del Pse: la premier socialista danese Mette Frederiksen e il maltese Robert Abela.Tutto finisce per trovare uno sfogo nel chiuso del summit dei leader del Partito socialista europeo. Elly Schlein interviene per censurare l’hub per migranti costruito in terra albanese. E avverte i colleghi: non possiamo dividerci. La sostiene la capogruppo dei Socialisti e democratici, Iratxe García Perez: “E’ un sistema che va contro il diritto internazionale, su cui si basa il diritto dell'Ue. L’asilo è protetto, come il principio di non respingimento". E’ una chiamata alle armi contro la presidente del Consiglio. E ha un effetto immediato sul “caso Fitto”.

A citare esplicitamente il commissario italiano sono i socialisti del Belgio: se c’è lui come vicepresidente esecutivo, cambia la maggioranza politica. La conseguenza? “Non votiamo la Commissione di Ursula nel suo complesso”. I francesi sono intenzionati a fare lo stesso. Altri ci pensano e sono pronti a uscire allo scoperto. Non che al momento esista un problema di numeri per il bis di von der Leyen, va sottolineato. Ma un incidente sul commissario italiano diventa una possibilità concreta.

È la ragione per cui Meloni chiede a Salvini di affrontare il nodo a margine del vertice dei Patrioti. Il vicepremier esegue. E Viktor Orban, al termine della riunione che si tiene sempre di buon mattino nella sede della rappresentanza ungherese a Bruxelles, si espone: "Ovviamente voteremo per Fitto, uomo eccellente e perfetto per questo lavoro" in Europa”. Poco dopo, anche Tajani si spende contro il veto socialista: "C'è grande sostegno da parte del Ppe per la vicepresidenza esecutiva di Raffaele. E' stato ribadito anche nel corso del vertice dei Popolari. Se il Pse non vuole sostenerlo, perderà il consenso del Ppe". E’ la minaccia di ritorsione che circola da giorni: senza il via libera a Fitto, i popolari affosserebbero la candidata commissaria socialista spagnola e vicepresidente esecutiva Teresa Ribera Rodriguez.L’avvertimento, però, non viene preso fino in fondo sul serio dai socialisti. Anche perché è minaccia asimmetrica, visto che Ecr non è tra i gruppi che ha votato la Commissione a luglio. Ed è qui che prende forma il tentativo di Meloni di aggirare l’ostacolo. Per capire la strategia, bisogna ricordare il meccanismo di conferma del candidato commissario. È prima prevista una lunga audizione, poi un voto: i capi delegazione degli otto gruppi parlamentari si riuniscono in una stanza e si contano. Per confermare Fitto serve che si esprimano a favore i delegati che rappresentano almeno i due terzi del peso dei gruppi all’Europarlamento. Ppe, Conservatori di Meloni e Patrioti non bastano, però: occorre almeno un gruppo tra quelli del Pse, dei liberali macroniani e della sinistra di The Left (mentre i “non iscritti” e gli ultrasovranisti – gli estremisti più a destra di Orban – sono realtà troppo piccole e dunque insufficienti allo scopo).

Gli ambasciatori popolari e quelli di Ecr sondano in queste ore le tre famiglie. I socialisti, come detto, sembrano i più ostili (ad eccezione della delegazione italiana, che mantiene su Fitto un atteggiamento cauto). Dai liberali di Macron non arrivano segnali rassicuranti, anche perché proprio ieri il Presidente francese ha fatto i conti con un nuovo nodo politico, provocato da Meloni: il neo premier Miche Barnier ha aperto al “modello Albania” nei minuti in cui l’Eliseo lo bocciava senza appello. L’attenzione dei mediatori, adesso, sembra concentrata su Left. La partita è meno semplice del previsto.

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