Sfida a giudici e Europa sui migranti in Albania. Lista con 19 Paesi sicuri
di Viola GiannoliRoma — Una lista di Paesi sicuri stabilita per decreto legge anziché per decreto interministeriale, in modo da darle valore di norma primaria. La riduzione da 22 a 19 degli Stati inseriti nell’elenco con l’esclusione di Nigeria, Camerun e Colombia, per tagliare fuori i tre Paesi più problematici per il rimpatrio a causa di una sequela infinita di eccezioni alla sicurezza. E la promessa di un aggiornamento annuale della lista che vedrà anche il vaglio delle Commissioni parlamentari, sin qui escluse. È questo l’escamotage annunciato venerdì da Beirut da Giorgia Meloni e approvato in serata in Consiglio dei ministri per tentare di annullare gli effetti della sentenza emessa il 4 ottobre dalla Corte di giustizia europea e le conseguenti decisioni dei tribunali italiani, quello di Roma in testa, che hanno bocciato il trattenimento dei dodici migranti trasferiti nei centri in Albania. Una sfida ai giudici e all’Europa che andrà alla prova dei fatti appena la nave della Marina militare Libra…
Roma — Una lista di Paesi sicuri stabilita per decreto legge anziché per decreto interministeriale, in modo da darle valore di norma primaria. La riduzione da 22 a 19 degli Stati inseriti nell’elenco con l’esclusione di Nigeria, Camerun e Colombia, per tagliare fuori i tre Paesi più problematici per il rimpatrio a causa di una sequela infinita di eccezioni alla sicurezza. E la promessa di un aggiornamento annuale della lista che vedrà anche il vaglio delle Commissioni parlamentari, sin qui escluse. È questo l’escamotage annunciato venerdì da Beirut da Giorgia Meloni e approvato in serata in Consiglio dei ministri per tentare di annullare gli effetti della sentenza emessa il 4 ottobre dalla Corte di giustizia europea e le conseguenti decisioni dei tribunali italiani, quello di Roma in testa, che hanno bocciato il trattenimento dei dodici migranti trasferiti nei centri in Albania. Una sfida ai giudici e all’Europa che andrà alla prova dei fatti appena la nave della Marina militare Libra attraccherà di nuovo al porto di Shengjin con a bordo le persone soccorse in mare e provenienti dai nuovi diciannove Paesi sicuri.
È il ministro della Giustizia Carlo Nordio a esplicitare in conferenza stampa la ratio con cui il governo, dopo il fallimento della prima missione Albania, ha varato nel giro di tre giorni il decreto: «Nel momento in cui l’elenco dei Paesi sicuri è inserito in una legge, il giudice non può disapplicarla», avvisa il Guardasigilli. Nemmeno, sostiene Nordio, poggiandosi sulla sentenza della Corte di giustizia europea che non solo «non è una direttiva e non è vincolante», ma è pure «molto complessa e articolata e anche scritta in francese», dunque «probabilmente non è stata ben compresa o ben letta», aggiunge il ministro con una stoccata ai giudici che altro non hanno fatto se non applicarla, riconoscendo come sicuri solo i Paesi che lo sono ovunque e per tutti.
«Un’interpretazione ondivaga», la definisce invece il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, corretta dal decreto che ora «affida ai giudici parametri più stringenti e più omogenei a livello nazionale». La speranza dell’esecutivo è di ridurre al minimo la possibilità di manovra dei tribunali (per quanto poggiata su basi giuridiche sovranazionali), di rafforzare anche in sede di ricorso l’esecutivo e di avocare interamente a sé l’elenco e la definizione dei Paesi sicuri, «che compete al governo e non alla magistratura», chiarisce il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano. Che aggiunge: «Spero non ci saranno ulteriori discussioni sulla fondatezza di questo elenco». La strategia è sempre quella di «difendere i confini», che sono addirittura «sacri», mentre, dice preoccupato Mantovano, «le decisioni del tribunale di Roma eliminano il meccanismo dei rimpatri». «Se anche con questo nuovo decreto ci saranno sentenze contrarie, vuol dire che qualcuno ha scelto di fare politica: non in Parlamento, fuori», aggiunge il leader della Lega, Matteo Salvini.
Nella lista dei Paesi sicuri stabiliti dalla nuova norma restano l’Egitto dove, secondo la stessa Farnesina, oppositori politici, dissidenti, attivisti e difensori di diritti umani sono a rischio. O il Bangladesh, dove omosessuali, donne e minoranze necessitano di protezione internazionale. Ma al di là della utilità o meno nello scavalcare i paletti europei, il messaggio del decreto è chiaro. Lo riassume senza giri di parole il presidente dei senatori di Forza Italia, Maurizio Gasparri: «Basta con l’arroganza politica delle toghe rosse».
L’opposizione è scettica: «Non servirà a nulla, la destra attacca solo i magistrati che hanno applicato la sentenza della Corte di giustizia e la direttiva Ue», dice Angelo Bonelli di Avs. Certo è che l’operazione Albania è a un bivio. E ora è incappata anche in un esposto per danno erariale alla Corte dei Conti. Lo avevano ventilato la segretaria dem Elly Schlein e il segretario di +Europa Riccardo Magi. Alla fine lo ha presentato il parlamentare dei Cinque Stelle Alfonso Colucci. «Un atto doveroso — spiega — Il governo Meloni non può chiedere sacrifici alle famiglie e alle imprese italiane per poi buttare in mare danaro pubblico». A fare due conti ci ha pensato Matteo Renzi: «Il numero dei migranti totali che possono arrivare in Albania è l’1,6 per cento. Se va male sono 80 miliardi, se va bene 40 miliardi» i soldi che costerà il Cpr in Albania, secondo il leader di Iv. Che aggiunge: «Meloni sta spendendo 80 miliardi per non risolvere assolutamente nulla». «E gli 1,7 miliardi per l’accoglienza?», replica alle obiezioni il ministro Matteo Piantedosi. Come a dire: l’Albania pesa poco.