✕

Segre commuove la Festa e Giuli si scusa con il cinema

Ascolta l'audio

Standing ovation per il docufilm sulla senatrice a vita: “Viviamo un momento orribile”. Alla proiezione si presenta il ministro della Cultura che aveva disertato l’esordio della rassegna
2 minuti di lettura

L’assenza all’apertura della Festa del cinema di Roma, alla proiezione del film di Andrea Segre dedicato a Enrico Berlinguer, aveva fatto scalpore ed era stata molto criticata. Un grande sgarbo, quello del ministro della Cultura Alessandro Giuli, nei confronti di un intero settore in attesa di risposte che aveva accolto con un certo scetticismo la sua nomina. Per l’anteprima del bellissimo documentario dedicato alla senatrice a vita Liliana Segre, Liliana di Ruggero Gabbai, Giuli arriva puntualissimo. Sfila sul red carpet, chiuso nel completo da dandy di velluto liscio bordeaux, accompagnato dalla moglie Valeria Falcioni e dal presidente della Fondazione cinema per Roma Salvo Nastasi. «Non sono potuto venire all’inaugurazione perché sono arrivato tardi, tardissimo, malconcio, da Francoforte: ho avuto l’otite» spiega, mentre la moglie suggerisce di alzare la voce perché ancora non sente bene. «Mi sembrava una scortesia presentarmi con tanto ritardo e in quelle condizioni». È stato lett…

L’assenza all’apertura della Festa del cinema di Roma, alla proiezione del film di Andrea Segre dedicato a Enrico Berlinguer, aveva fatto scalpore ed era stata molto criticata. Un grande sgarbo, quello del ministro della Cultura Alessandro Giuli, nei confronti di un intero settore in attesa di risposte che aveva accolto con un certo scetticismo la sua nomina. Per l’anteprima del bellissimo documentario dedicato alla senatrice a vita Liliana Segre, Liliana di Ruggero Gabbai, Giuli arriva puntualissimo. Sfila sul red carpet, chiuso nel completo da dandy di velluto liscio bordeaux, accompagnato dalla moglie Valeria Falcioni e dal presidente della Fondazione cinema per Roma Salvo Nastasi. «Non sono potuto venire all’inaugurazione perché sono arrivato tardi, tardissimo, malconcio, da Francoforte: ho avuto l’otite» spiega, mentre la moglie suggerisce di alzare la voce perché ancora non sente bene. «Mi sembrava una scortesia presentarmi con tanto ritardo e in quelle condizioni». È stato letto come un gesto politico: «No. Dirò di più, la bellissima mostra su Berlinguer avevo cercato di farla al Maxxi, avevo preso i primi contatti, poi non se n’è fatto niente».

Ma in questa domenica in cui viene omaggiata una donna unica, che a 94 anni, con la sua testimonianza, quel numero indelebile, 75190, tatuato sul braccio ad Auschwitz, quando era una bambina, spiega come la memoria sia tutto, la presenza del ministro con l’aquila tatuata sul petto, assume un significato. Giuli ne è consapevole: «Sono qui per celebrare e confermare l’amicizia con una donna speciale, che già avevo avuto modo di conoscere da presidente del Maxxi, quando una sua foto campeggiava nella mostra dedicata a donne straordinarie» spiega il ministro. «È la conferma che il monopolio dell’antifascismo non esiste, con tutto il rispetto per gli antifascisti dell’ultima generazione. Bisogna celebrarlo tutti, ricordando l’importanza di figure perseguitate che ci sono ancora e quelle che non ci sono più». È nel posto giusto per dire una frase di rito: «Il cinema serve a cristallizzare e tenere viva la memoria attraverso la creatività, e figure giovani che ricordano avvenimenti da non trascurare».

Ironizza sulle polemiche che hanno accompagnato il suo arrivo al Mic: «Non ci sono polemiche, non servono… Gobba? Quale gobba?» dice citando una celebre battuta di Frankenstein junior.

Con Liliana Segre, accompagnata dal figlio Alberto Belli Paci, si salutano cordialmente. «Ci siamo scritti e sentiti, c’è una consuetudine» dice Giuli. Prendono posto nella Sala Petrassi, posano insieme, seduti vicini. La senatrice, sorridente, ironizza: «Mettete nelle didascalie: il ministro con la nonna». Segre rivela il suo timore: «Forse fra trent’anni, la Shoah sarà solo una riga nei libri di Storia e poi neanche più quello». Lei è una testimone, ha avuto la forza di raccontare, oggi si sente libera. Tutti in piedi, gli applausi non finiscono più al termine del documentario in cui ripercorre l’orrore, la vita che ricomincia — e in cui i tre figli ricordano il momento in cui la madre rivelò cosa aveva vissuto. «Il pessimismo vive in me, persino in antitesi con me stessa che, uscendo da Auschwitz e evitando di uccidere il mio aguzzino, avevo scelto di non odiare. Avevo scelto la vita. Durante la marcia della morte — spiega Segre — dovevo camminare per vivere. E così oggi sono pessimista ma non posso fare a meno di mettere una gamba davanti l’altra anche in un momento orribile come questo».

Leggi i commenti