La Ue avverte l’Italia: “Rispettate le sentenze”. Ma nel decreto migranti spunta il ricorso per i rimpatri
di Viola GiannoliCentro migranti di Shengjin, Albania, 11 Ottobre 2024. REUTERS/Florion Goga/File
(reuters)ROMA — Sono le 17.21 quando un portavoce della Corte di giustizia europea chiarisce all’Ansa: «Le nostre sentenze sono immediatamente vincolanti per gli Stati membri». È quel che decine di giuristi e magistrati vanno dicendo da giorni: il verdetto emesso il 4 ottobre dalla Corte europea che stabilisce che un Paese per essere sicuro deve esserlo in ogni sua parte è un principio — questo il ragionamento — che vale in linea generale, al quale giudici e governi devono attenersi, nonostante la revisione della lista degli Stati per decreto legge.
La precisazione piomba mentre gli uffici legislativi di Palazzo Chigi, del Viminale, della Farnesina e del ministero della Giustizia sono ancora al lavoro, in un’incessante comunicazione con il Colle, sul testo approvato lunedì in Consiglio dei ministri e presentato venti ore prima dai ministri Carlo Nordio e Matteo Piantedosi e dal sottosegretario Alfredo Mantovano.
ROMA — Sono le 17.21 quando un portavoce della Corte di giustizia europea chiarisce all’Ansa: «Le nostre sentenze sono immediatamente vincolanti per gli Stati membri». È quel che decine di giuristi e magistrati vanno dicendo da giorni: il verdetto emesso il 4 ottobre dalla Corte europea che stabilisce che un Paese per essere sicuro deve esserlo in ogni sua parte è un principio — questo il ragionamento — che vale in linea generale, al quale giudici e governi devono attenersi, nonostante la revisione della lista degli Stati per decreto legge.
La precisazione piomba mentre gli uffici legislativi di Palazzo Chigi, del Viminale, della Farnesina e del ministero della Giustizia sono ancora al lavoro, in un’incessante comunicazione con il Colle, sul testo approvato lunedì in Consiglio dei ministri e presentato venti ore prima dai ministri Carlo Nordio e Matteo Piantedosi e dal sottosegretario Alfredo Mantovano.
Per evitare «di sparare a salve» — come dice il costituzionalista della Sapienza Marco Benvenuti — con una norma primaria che riproduce semplicemente il vecchio decreto interministeriale sui Paesi sicuri, nel testo rispunta allora il ricorso in Corte d’appello contro le ordinanze del tribunale sul trattenimento dei migranti nei centri. Vale per quelli in Italia e ancor più per quelli costruiti a peso d’oro in Albania. Questa era stata la prima idea partorita al Viminale dopo il diniego alla convalida del trattenimento dei dodici migranti egiziani e bangladesi portati a Gjader. Una mossa che complica le procedure e inserisce un grado di giudizio in più, accelerato, sulla strada della protezione internazionale dei richiedenti asilo.
«È ammesso reclamo alla Corte d’appello — si legge nella bozza circolata in tarda serata dopo ore di silenzio — nel termine di cinque giorni dalla comunicazione del decreto a cura della cancelleria». «La proposizione del reclamo — si legge ancora all’articolo due del provvedimento — non sospende l’efficacia esecutiva del provvedimento reclamato. La corte d’appello, sentite le parti, decide con decreto immediatamente esecutivo, entro dieci giorni dalla presentazione del reclamo».
Il primo articolo del dl è quello che contiene invece la lista dei 19 Paesi ritenuti sicuri nonostante le criticità di alcune zone della Georgia e del Perù e i rischi per alcuni gruppi sociali in tutti gli altri. L’elenco sarà aggiornato periodicamente con una relazione annuale del Cdm. «Il decreto funzionerà, non esiste un piano B perché non ce n’è bisogno», spiega una fonte di governo all’Adnkronos. Tuttavia il timore di un remake dello stop dei giudici del tribunale di Roma al fermo dei migranti a Gjader è palpabile.
La nave Libra della Marina militare è ancora ferma al porto siciliano di Augusta. Ma quando salperà alla volta dell’Albania il decreto andrà alla prova dei fatti. Perché al momento — questo è il parere dei giuristi — la norma partorita dal governo non sospende la mancata convalida del fermo e dunque, davanti a un nuovo “no” del tribunale di Roma, i migranti dovranno essere riportati in Italia come è già accaduto. I giudici, sin qui convinti che la sentenza della Corte di giustizia europea debba essere rispettata, avranno davanti a loro diverse strade: cambiare idea e convalidare i fermi, disapplicare il decreto, rimandare la questione alla Corte costituzionale, sollevare un rinvio pregiudiziale alla Corte europea.
L’operazione Albania rischia dunque di arenarsi di nuovo, mentre già apre nuove fronti di scontro in Europa con il gruppo dei Socialisti e democratici che minaccia lo strappo proprio sul dossier rimpatri. «Siamo contro l’esternalizzazione della gestione della migrazione — dice la capogruppo Iratxe Garcia Perez — Così von der Leyen non può contare sul nostro sostegno». Un «bluff», secondo il Ppe: «Non hanno i numeri per fermare nulla, non è la prima volta che minacciano eppure non mi sembra che si siano mai viste grandi conseguenze», sottolinea un eurodeputato vicino ai vertici del gruppo.
Sul fronte interno, le opposizioni chiedono ora compatte che la presidente del Consiglio, che ha annullato ieri una conferenza stampa, venga ora a riferire in Aula. «Abbiamo assistito a uno scempio di regole e di denaro: Meloni venga a dirci quanti soldi ha buttato in Albania», dice la deputata di Avs Francesca Ghirra. E così Francesco Boccia (Pd) e Matteo Richetti (Azione): «Meloni venga a fare chiarezza e a porre fine a una procedura fallimentare». Che, se il governo tirerà dritto, costerà all’Italia 800 milioni in cinque anni. E per ora ha lasciato deserti i centri di Shengjin e Gjader.