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“Stupito dal rapporto”. La difesa di Mattarella per tenere la polizia fuori dalle polemiche

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La telefonata al capo della Polizia, Pisani, per esprimere la vicinanza al corpo
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ROMA — Una doppia operazione. Necessaria, quasi obbligata. Innanzitutto per difendere un corpo dello Stato e l’immagine del nostro Paese all’estero. Ma anche per sottrarre la polizia dalla presa della destra. E non lasciarla nelle mani di una parte. Ecco come nascono le sei stringate righe con cui Sergio Mattarella interviene sul rapporto europeo dedicato alle forze dell’ordine italiane. «Il Presidente della Repubblica – si legge a sera sulle agenzie di stampa - ha telefonato al capo della polizia, il prefetto Vittorio Pisani, esprimendogli lo stupore per le affermazioni contenute nel rapporto del Consiglio d’Europa e ribadendo stima e vicinanza alle forze di polizia».

Non c’è nulla di casuale, si diceva. Perché il Capo dello Stato si muove dopo aver l…

ROMA — Una doppia operazione. Necessaria, quasi obbligata. Innanzitutto per difendere un corpo dello Stato e l’immagine del nostro Paese all’estero. Ma anche per sottrarre la polizia dalla presa della destra. E non lasciarla nelle mani di una parte. Ecco come nascono le sei stringate righe con cui Sergio Mattarella interviene sul rapporto europeo dedicato alle forze dell’ordine italiane. «Il Presidente della Repubblica – si legge a sera sulle agenzie di stampa - ha telefonato al capo della polizia, il prefetto Vittorio Pisani, esprimendogli lo stupore per le affermazioni contenute nel rapporto del Consiglio d’Europa e ribadendo stima e vicinanza alle forze di polizia».

Non c’è nulla di casuale, si diceva. Perché il Capo dello Stato si muove dopo aver letto attentamente il rapporto che è stato giudicato – riferiscono fonti del Colle - molto discutibile. Non siamo una Repubblica basata sull’arbitrio, su questo garantisce il Capo dello Stato. La polizia è un pezzo dello Stato, è lo Stato, è di tutti. Ed opera a difesa della intera collettività. Mattarella ha buon gioco nel sostenerlo visto che in passato non ha mancato di criticare alcuni abusi.

L’intento del Presidente è scongiurare così una radicalizzazione. Anche perché Meloni e alcuni solerti alfieri del sovranismo si sono subito scagliati a difesa delle forze dell’ordine, come fossero cosa loro. E invece nessuno se ne può avvantaggiare, né tentare strumentalizzazioni. Soprattutto se si considera che dalla maggioranza la critica al report è diventata in un istante contestazione dell’Europa, ultimamente aspra verso le mosse del governo italiano su altri dossier.

Non è la prima volta che accade. All’indomani delle manganellate della polizia ai liceali di Pisa, a febbraio, il Capo dello Stato era intervenuto con durezza, suggerendo continenza nella gestione dell’ordine pubblico. Tuttavia, in quegli stessi giorni, a conferma che è giusto valutare caso per caso, aveva chiamato Pisani per esprimere la solidarietà della Repubblica nei confronti di una pattuglia aggredita a Torino dagli anarchici. Eppure Meloni aveva difeso le manganellate. E attaccato in diretta tv il Capo dello Stato: «Penso che sia molto pericoloso togliere il sostegno delle istituzioni a chi ogni giorno rischia la sua incolumità per garantire la nostra». Si era consolidato il gelo tra i due, durato un bel po’.

Il Quirinale dà notizia della pubblica difesa proprio mentre il Capo dello Stato sta entrando al cinema Anica, al Nomentano, per assistere alla proiezione di “C’è ancora domani”, il film di Paola Cortellesi. Sono ore febbrili, col decreto sull’Albania che ancora non è arrivato sul suo tavolo. E attorno al quale succedono da due giorni cose strane, poco lineari. Durante il consiglio dei ministri di lunedì sera, Alfredo Mantovano evita di diffondere il testo del provvedimento. I ministri, all’oscuro, possono solo ascoltare stralci della relazione tecnica, anche in quel caso senza avere in mano nulla. Il decreto, d’altra parte, è scritto dal Dipartimento per gli affari giuridici e legislativi di Palazzo Chigi, tenendo fuori il resto dell’esecutivo.

Nulla di quanto fa Mantovano è casuale. Il decreto “fantasma” resta tale per tutta la giornata di ieri: alle 21 la versione definitiva non è ancora stata spedita al Colle. Non per questo, gli uffici della Presidenza della Repubblica restano all’oscuro del testo. Quando si accorgono che contiene un solo articolo che riporta l’elenco degli Stati sicuri, si accertano che venga almeno indicata la cornice delle direttive europee e della sentenze della Corte di Giustizia. E questo perché il Capo dello Stato è il garante dei trattati internazionali, oltreché della Costituzione. Ignorare il contenuto delle ultime pronunce non sarebbe una buona idea, perché rischierebbe di costringere il Colle a bloccare la legge. Di certo, in serata la bozza del testo include questi richiami.

Il decreto resta congelato anche per permettere a Palazzo Chigi di modificarlo in altre sue parti. E senza convocare un nuovo consiglio dei ministri. Un ritocco, in particolare, viene dibattuto per un giorno intero: quello che introdurrebbe il ricorso dei migranti presso le Corti d’Appello (e prima dell’eventuale ricorso in Cassazione). È un’opzione che il Quirinale pensava di aver scongiurato, ma che ritorna quando Meloni capisce davvero di aver prodotto un decreto sostanzialmente inutile. E destinato probabilmente al vaglio della Consulta.

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