Poteva andare peggio? No. Per il M5S il voto ligure è la tempesta perfetta. Un disastro vero. Durante il quale Giuseppe Conte, serafico, preferiva partecipare alla presentazione di un libro di Piero Bevilacqua a Roma, titolo: Discorsi d’osteria. Machiavelli e Guiccardini affacciati sul caos.
Affacciato sul caos c’è anche questo 4,6 per cento dei 5 Stelle, col Pd che vale quasi sei volte e ampiamente sotto Alleanza verdi sinistra, ormai seconda forza della coalizione. Per il Movimento è una percentuale più che dimezzata rispetto alle europee di giugno che già furono un flop (se si parla di voti in assoluto, due terzi in meno), e soprattutto a questo punto la colpa di aver puntato i piedi per tenere fuori dalla coalizione Italia viva e di conseguenza anche +Europa.
La decisione di delimitare il fronte progressista, ieri perdente di un soffio, arrivò da Roma, calata dall’alto sui territori su pressing proprio del Movimento nei confronti di Elly Schlein: e va bene che i 5 Stelle loca…
Poteva andare peggio? No. Per il M5S il voto ligure è la tempesta perfetta. Un disastro vero. Durante il quale Giuseppe Conte, serafico, preferiva partecipare alla presentazione di un libro di Piero Bevilacqua a Roma, titolo: Discorsi d’osteria. Machiavelli e Guiccardini affacciati sul caos.
Affacciato sul caos c’è anche questo 4,6 per cento dei 5 Stelle, col Pd che vale quasi sei volte e ampiamente sotto Alleanza verdi sinistra, ormai seconda forza della coalizione. Per il Movimento è una percentuale più che dimezzata rispetto alle europee di giugno che già furono un flop (se si parla di voti in assoluto, due terzi in meno), e soprattutto a questo punto la colpa di aver puntato i piedi per tenere fuori dalla coalizione Italia viva e di conseguenza anche +Europa.
La decisione di delimitare il fronte progressista, ieri perdente di un soffio, arrivò da Roma, calata dall’alto sui territori su pressing proprio del Movimento nei confronti di Elly Schlein: e va bene che i 5 Stelle locali erano in linea, ma Andrea Orlando era invece impegnato a trovare un accordo di un qualche tipo. La storia non si fa con i se, ma adesso quell’1,4 per cento di distacco da Marco Bucci pesa come un macigno e rischia di venire accollato ad una sola persona: Conte, per l’appunto, colui che si era intestato l’operazione di esclusione. «Non ci nascondiamo dietro un dito — recita la nota firmata da Conte e diramata alle 22,13 — un risultato deludente, al di sotto delle aspettative. Una responsabilità che ci conferma l’assoluta necessità di rifondare il Movimento ripartendo dalle attività di radicamento sui territori, intraprese ma non ancora sufficienti».
Già dalla prima proiezione a inizio pomeriggio alla sede romana del partito capiscono che si mette male. Distacco ridottissimi tra i candidati delle due coalizioni e M5S ai minimi storici. Le regionali del 2020 per i 5 Stelle andarono male, un 7,8 per cento che però rivisto oggi sembra quasi un lusso. Meglio allora non ricordare il 2015, il 22,3 per cento. Altra epoca, quella del Movimento contro tutti che riempiva le piazze e scaldava i social. Anche stavolta (terza di fila, accadde alle ultime comunali di Genova e alle europee) Beppe Grillo ha disertato le urne: se il M5S non lo vota neanche il fondatore e garante, e anzi quasi se ne ne augura la dissoluzione, perché dovrebbero premiarlo gli elettori? «Ma c’era proprio bisogno di finire sui giornali tre giorni prima del voto, con lo scontro tra Grillo e Conte, parlando per il libro di Bruno Vespa?», dice un parlamentare di primo piano. Ma è quello che pensano tutti, o quasi. Per adesso indicibile pubblicamente, cioè mettendoci la faccia, comincia a farsi strada la sentenza: «Conte è bollito». Va anche detto che c’è invece una riflessione giustificativa, per così dire: «Con Renzi in coalizione — riflette invece uno dei vicepresidenti del Movimento, Riccardo Ricciardi — avremmo preso l’1,5 per cento...». Poi versione confermata nel comunicato ufficiale di Conte: «Non ci turbano le uscite di chi prova a ridurre la politica a una fredda questione di numeri. Lascino da parte le calcolatrici: ipotizzare fantasiose alleanze con Renzi e i suoi epigoni avrebbe solo fatto perdere ancor più voti al M5S e quindi alla coalizione».
Che le amministrative siano il tallone di Achille del M5S è risaputo, «prendiamo sempre un terzo del voto che avremmo alle Politiche» è il calcolo spannometrico e forse anche di auto-incoraggiamento che si fa in via di Campo Marzio. Di sicuro un risultato del genere, così a ridosso del congresso rifondativo di fine novembre, rischia di gettare nuovo veleno nella contesa tra fondatore e presidente e nuovi dubbi sul futuro stesso del partito, a prescindere da decisioni future sul simbolo o sul nome. «Certamente il confronto tra Conte e Grillo ha influito perché ha prodotto ansia», ragiona il coordinatore genovese dei 5 Stelle Stefano Giordano, vigile del fuoco e sindacalista Usb, uno dei pochi della vecchia guardia rimasti. Tra le ragioni della disfatta ligure infatti c’è anche l’aver presentato una lista debolissima, il ceto politico del M5S — non solo a livello locale — è di fatto scomparso, tra addii nei vari passaggi più delicati e limite ai mandati. La lista Uniti per la costituzione, capitanata dagli ex Nicola Morra e Mattia Crucioli, ha invece racimolato lo 0,9 per cento, a dimostrazione che anche “fuori”, tra coloro che si proclamano integralisti del verbo, non c’è trippa per gatti. È la dissoluzione dello spirito di un’intera stagione, non resta che aggrapparsi ai ricordi.