L’analisi della pesante débâcle del M5S in Liguria? Concretamente, nessuna. Le parole più gettonate a microfoni spenti sono: «elettroencefalogramma piatto», «apatia», «lenta agonia». Neanche la voglia di scornarsi. Il Movimento a livello regionale perde quasi due terzi dei voti rispetto alle europee di giugno, che già furono un trauma; prende sei volte meno voti del Pd; si fa sorpassare con agilità da Alleanza verdi sinistra. E però si prova a esorcizzare il terrore dell’oblio con l’appuntamento, che si vorrebbe palingenetico, del congresso a Roma, 23 e 24 novembre. «Siamo abituati a risultati non soddisfacenti o anche molto deludenti sui territori, ne siamo consapevoli. Per questo stiamo facendo un’assemblea costituente», dice Giuseppe Conte intercettato da Fanpage. Ma dopo cambierà davvero qualcosa? Non è che sia proprio finita una stagione?
È attorno a questo timore, che è anche una sinistra sensazione, che ci si arr…
L’analisi della pesante débâcle del M5S in Liguria? Concretamente, nessuna. Le parole più gettonate a microfoni spenti sono: «elettroencefalogramma piatto», «apatia», «lenta agonia». Neanche la voglia di scornarsi. Il Movimento a livello regionale perde quasi due terzi dei voti rispetto alle europee di giugno, che già furono un trauma; prende sei volte meno voti del Pd; si fa sorpassare con agilità da Alleanza verdi sinistra. E però si prova a esorcizzare il terrore dell’oblio con l’appuntamento, che si vorrebbe palingenetico, del congresso a Roma, 23 e 24 novembre. «Siamo abituati a risultati non soddisfacenti o anche molto deludenti sui territori, ne siamo consapevoli. Per questo stiamo facendo un’assemblea costituente», dice Giuseppe Conte intercettato da Fanpage. Ma dopo cambierà davvero qualcosa? Non è che sia proprio finita una stagione?
È attorno a questo timore, che è anche una sinistra sensazione, che ci si arrovella in quel che rimane dei 5 Stelle. Per intanto, dopo le litigate pubbliche a distanza tra Conte e Beppe Grillo (quest’ultimo ieri sul suo stato Whatsapp, foto di un lupo, mette questa frase: “Si muore più traditi dalle pecore che sbranati dal lupo”), va in scena lo scontro tra due big della vecchia stagione. Da una parte Danilo Toninelli, l’ex ministro ora fuori dal Parlamento e rimasto nel Collegio dei probiviri. Dall’altra Paola Taverna, anche lei stoppata dal limite dei due mandati ma vicepresidente vicaria del partito, reclutata come funzionaria. Dice Toninelli, uno dei pochi che difende il fondatore disamorato: «Il candidato presidente (Andrea Orlando, ndr) è stato appoggiato convintamente da Conte senza il voto degli iscritti. I candidati non sono stati votati dagli iscritti, ma scelti sempre da Conte. Non è stato fatto un contratto di governo, ma è sempre Conte che ha scelto di entrare nel campo progressista». Verità parziale: il 5 agosto scorso furono aperte le autocandidature della base, il 20 settembre si votò la lista e lo fecero però solo 497 persone. La scelta di appoggiare Orlando ed entrare nel centrosinistra invece fu decisa a livello nazionale. Così replica Taverna: «Gli iscritti al M5S sono iscritti al M5S, non sono nominati da Conte, il quale vede le liste alla fine di un lavoro importante che svolgono i coordinatori regionali, provinciali, i rappresentanti territori». Il pessimo risultato «probabilmente dipende anche da una guerra interna che sta facendo molto male al Movimento».
Su questo ci sono pochi dubbi, lo ammettono tutti. «Lo scontro tra Conte e Grillo ha influito tantissimo, ne conosco diversi che hanno disertato anche per questa ragione — racconta il genovese Flavio Gaggero, amico e confidente di lunga data del garante, simpatizzante del Movimento ma fieramente ancorato a sinistra — Le persone non capiscono neanche bene cosa stia succedendo». Quanto al futuro del fondatore, «penso che ormai il dado sia tratto. Per le regionali che io sappia Grillo non è stato coinvolto in nessun modo, mentre sul superamento del tetto dei due mandati non farà passi indietro, per lui la regola non si tocca. Il Movimento era un’utopia, come tale rimarrà». L’impressione è che si sia davvero ai titoli di coda, forse l’ultimo show del comico in versione padre (padrone?) nobile avverrà alla due giorni congressuale. L’8 novembre Avventura Urbana, la società che collabora con il M5S per definire i termini della discussione interna, pubblicherà un report per ciascuno dei 12 temi affrontati nelle settimane scorse da 300 iscritti sorteggiati. Un metodo ibrido sulla cui bontà in via di Campo Marzio garantiscono in pieno, ma che di fatto ha privatizzato e tagliato fuori migliaia di attivisti: basti solo pensare che l’identità dei 300 non è pubblica, ufficialmente per non condizionarne il lavoro. Ma è un piatto apparecchiato da ignoti.
In tutto questo le vecchie glorie uscite dal Parlamento ma non dal M5S restano silenti, Toninelli e Taverna a parte. In ballo per loro c’è per l’appunto il superamento dei due mandati, occasione irripetibile per tornare a contare qualcosa, e forse funzionale anche a Conte per recuperare forze disperse. Il rischio però è che da qui alle prossime Politiche il M5S in crisi di identità, senza parole d’ordine chiare e riconoscibili all’elettorato — come potevano essere prima “onesta” o “cambiamento” — scompaia del tutto, o quasi. Emilia-Romagna e Umbria saranno un’altra mezza via crucis, Conte farà campagna elettorale ma il tocco magico da ex presidente del Consiglio sembra rimasto fermo al 2022. Si spera in un rilancio alle regionali di Puglia e Campania nel 2025, laddove rimane uno zoccolo duro di voto d’opinione. Conte comunque non è davvero in discussione, almeno per adesso, e la ragione è semplice: alternative pronte non se ne vedono.