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Migranti, Meloni accusa i giudici: “Fanno propaganda”

Giorgia Meloni 

 (ansa)

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La premier contro il ricorso del tribunale di Bologna sul decreto Albania. A “Porta a Porta” affondo su Cgil e Uil: “Hanno pregiudizi sulla manovra”
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«Sto a da’ dei numeri a... Sto a sbaglia’ tutti i conti… ho fatto un casino». Stanca, in tilt sulle cifre della sanità in manovra, Giorgia Meloni si presenta alle 19 spaccate nel salotto televisivo di Bruno Vespa per registrare una doppia puntata di 5 minuti e Porta a Porta, andata in onda ieri sera, in cui torna ad attaccare i magistrati, definendo «un volantino propagandistico» la decisione dei giudici di Bologna di rinviare il decreto Paesi sicuri alla corte di giustizia europea, se la prende con i sindacati che proclamano lo sciopero generale, «Cgil e Uil hanno un piccolissimo pregiudizio», dice di essere «minacciata di morte dai trafficanti», ribadisce di essere «pronta a tutti i referendum, a partire dal premierato». A omaggiarla all’ingresso di via Teulada, insieme a Vespa, c’era il fidato Paolo Corsini, direttore degli Approfondimenti Rai e militante dichiarato di FdI, che nel pomeriggio, alla buvette della Camera, chiacchierando ad alta voce davanti a un caffè riprendeva ad a…

«Sto a da’ dei numeri a... Sto a sbaglia’ tutti i conti… ho fatto un casino». Stanca, in tilt sulle cifre della sanità in manovra, Giorgia Meloni si presenta alle 19 spaccate nel salotto televisivo di Bruno Vespa per registrare una doppia puntata di 5 minuti e Porta a Porta, andata in onda ieri sera, in cui torna ad attaccare i magistrati, definendo «un volantino propagandistico» la decisione dei giudici di Bologna di rinviare il decreto Paesi sicuri alla corte di giustizia europea, se la prende con i sindacati che proclamano lo sciopero generale, «Cgil e Uil hanno un piccolissimo pregiudizio», dice di essere «minacciata di morte dai trafficanti», ribadisce di essere «pronta a tutti i referendum, a partire dal premierato». A omaggiarla all’ingresso di via Teulada, insieme a Vespa, c’era il fidato Paolo Corsini, direttore degli Approfondimenti Rai e militante dichiarato di FdI, che nel pomeriggio, alla buvette della Camera, chiacchierando ad alta voce davanti a un caffè riprendeva ad attaccare Report, «una rottura di palle», tornando sull’«infame» rifilato a Corrado Formigli: «Ce l’avevo con il gradino su cui ero appena scivolato, che altro dovevo fare, bestemmiare?».

Davanti alle telecamere di Rai1, Meloni gongola per le elezioni in Liguria, «da quando c’è questo governo noi abbiamo votato in 12 tra regioni e province autonome: è finita 11 a 1 per il centrodestra, si vede da che parte stanno gli elettori». Poco dopo, attacca ancora la magistratura, a domanda sulla decisione dei giudici di Bologna. Le toghe emiliane hanno scritto che con i nuovi parametri del governo, «sarebbe sicura anche la Germania nazista». Meloni replica a muso duro, la definisce «un’argomentazione più vicina a un volantino propagandistico», perché il riferimento al Reich sarebbe «efficace sul piano della propaganda, sul piano giuridico è più debole». Insiste: «Per alcuni, l’obiettivo è impedire di fermare l’immigrazione irregolare». Poi provoca anche il Consiglio d’Europa, che la settimana scorsa aveva denunciato episodi di razzismo da parte di alcuni esponenti delle nostre forze dell’ordine: «Un pronunciamento surreale», per Meloni. «Se continuiamo così, sarò io a dire che l’Italia non è un paese sicuro. Per carità, potrebbe risolvere qualche problema...».

Altro bersaglio, i sindacati che hanno proclamato lo sciopero generale per il 29 novembre: «È stato convocato qualche giorno prima della convocazione del governo sulla legge di bilancio. Direi che c’è un piccolissimo pregiudizio da parte di Cgil e Uil». Al Pd invece la premier chiede, come aveva già fatto in Parlamento a metà ottobre, di «farsi sentire un po’ di più» con i socialisti per la conferma di Raffaele Fitto a vicepresidente Ue, visto che il Pse vorrebbe declassarlo a commissario semplice.

La premier poi dichiara di voler «approfittare di questo strumento di comunicazione», cioè la trasmissione Rai, per parlare di manovra. In particolare di sanità, visto che il centrosinistra da settimane l’attacca sui tagli al comparto. Ripete di avere investito più fondi rispetto al pre-Covid e ripropone la gag già interpretata venerdì al comizio di Genova. Tira fuori il cellulare dalla tasca, apre l’applicazione della calcolatrice, e si mette a digitare: «Prima erano 114,5 miliardi, ora sono 136, anzi no 134, anzi 136: 22 miliardi in più». Cifra che l’opposizione contesta, perché in rapporto al Pil, ha dichiarato Elly Schlein, l’investimento «è sempre calato, con questo governo». Allora Meloni sfodera altri due numeri, quelli della spesa pro capite, in sanità. Ma si incarta, sbaglia la sottrazione, mette sulla calcolatrice prima il dato vecchio e poi quello nuovo. Trenta secondi e passa di tilt: «Ho fatto un casino». Vespa le chiede degli specialisti che mancano, dei 10mila infermieri indiani che vuole arruolare il ministro Schillaci. La premier non pare entusiasta: «É un’extrema ratio». In chiusura, il conduttore le domanda della sfida tra Kamala Harris e Donald Trump, dopo un servizio (che non parte per problemi tecnici) in cui l’ex presidente Obama dichiara che «sì, è possibile» che sia in Italia che negli Usa ci siano due donne presidenti. Meloni, come sempre in questi mesi, non si sbilancia: chiunque vinca, «i rapporti non cambieranno».

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