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In coalizione o da soli, il dilemma di Conte che spacca i 5 Stelle

Giuseppe Conte 

 

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Da una parte Fico e Patuanelli puntano a un alleanza coi dem. Dall’altra Appendino, Gubitosa e Turco
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È sfuggente Giuseppe Conte. Dribbla taccuini e telecamere per tutto il giorno: «Parlo di antimafia, non di alleanze». Ieri il presidente M5S ha trascorso il pomeriggio al Senato e, impegnato in un convegno, si è tenuto alla larga dal tema Pd. Ma il suo silenzio alimenta tensioni. Il partito discute, si arrovella, si spacca tra chi pensa che l’unica strada sia un’alleanza con i dem, e casomai ingoiare anche il “rospo” di Italia viva, e chi invece vuole il ritorno alle origini, quello del correre da soli senza se e senza ma. O decidere caso per caso.

L’ex premier è in mezzo al guado. Mancano poco più di due settimane al voto in Emilia-Romagna e in Umbria, e con Elly Schlein avrebbe siglato una sorta di pax elettorale per non cadere nel vortic…

È sfuggente Giuseppe Conte. Dribbla taccuini e telecamere per tutto il giorno: «Parlo di antimafia, non di alleanze». Ieri il presidente M5S ha trascorso il pomeriggio al Senato e, impegnato in un convegno, si è tenuto alla larga dal tema Pd. Ma il suo silenzio alimenta tensioni. Il partito discute, si arrovella, si spacca tra chi pensa che l’unica strada sia un’alleanza con i dem, e casomai ingoiare anche il “rospo” di Italia viva, e chi invece vuole il ritorno alle origini, quello del correre da soli senza se e senza ma. O decidere caso per caso.

L’ex premier è in mezzo al guado. Mancano poco più di due settimane al voto in Emilia-Romagna e in Umbria, e con Elly Schlein avrebbe siglato una sorta di pax elettorale per non cadere nel vortice delle polemiche e favorire gli avversari. «Concentriamoci sulle prossime sfide regionali dove spingiamo tutti nella stessa direzione», ha detto infatti la segretaria Pd in un’intervista a Repubblica, nella quale però ha anche ricordato il suo spirito «testardamente unitario». Passaggio affatto gradito in casa 5Stelle.

Per questo il Movimento ribolle e gli editoriali di Marco Travaglio, molto ascoltato dai vertici, hanno aperto un varco in un partito avvolto dai dubbi. Il direttore del Fatto quotidiano ricorda che, «nello statuto approvato dagli iscritti», Conte ha definito M5S «progressisti: l’opposto dell’attuale Pd, refrattario a ogni cambiamento e nostalgico di Renzi». Quindi non esiste un’alleanza organica con i dem, scrive Travaglio, ed è il concetto che non a caso gli uffici M5S e lo stesso Conte ripetono come un mantra dopo il deludente risultato della Liguria.

La tentazione di lasciarsi le mani libere è forte, è vero, ma ad alcuni parlamentari stellati, vecchi attivisti al secondo mandato, non sfugge che quella del presidente potrebbe essere una tattica: «Far credere a Schlein che siamo disposti anche a candidarci da soli, a quel punto dovrà scegliere. O noi o Renzi».

Riflessioni da Transatlantico. Di certo questo tipo di atteggiamento viene ostacolato dall’interno, da chi, come il capogruppo dei senatori Stefano Patuanelli, il deputato Riccardo Ricciardi o l’ex presidente della Camera Roberto Fico, ritengono che per vincere sia necessaria una posizione non ondivaga. Attorno a loro, che sono le figure di spicco, c’è un gran fermento a favore, invece, di un’alleanza organica. In particolare Fico attende l’abolizione del limite dei due mandati per poter candidarsi presidente della Campania, ma sa che ha bisogno di una coalizione ampia per riuscire a vincere. Al contrario parlamentari come Mario Turco, Michele Gubitosa e Chiara Appendino, quest’ultima ha rifiutato i dem in Piemonte, fanno quadrato attorno a Conte, pronto a collaborare sui temi, ma non a contrattare su Italia viva. Per adesso è da qui che passa il futuro del campo largo o campo progressista. Anche sul nome però Pd e M5s dovrebbero mettersi d’accordo.

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