La faida dei musei scuote il ministero. E Giuli si scusa con la direttrice
di Giovanna VitaleROMA — Un regolamento di conti fra alti papaveri del ministero della Cultura, per accreditarsi con il nuovo corso e provare a salvare la pelle. Innescato dal vuoto di potere venutosi a creare nel passaggio tra Gennaro Sangiuliano e Alessandro Giuli: il primo defenestrato in malo modo, sull’onda del Boccia-gate; il secondo catapultato sulla sua poltrona senza rete, sia in quanto a conoscenza della macchina, sia a funzionari di cui potersi fidare.
Sullo sfondo, il diktat imposto da Palazzo Chigi, deciso a far tabula rasa della lunga stagione franceschiniana. Convinto che gran parte delle trame che hanno gettato nel caos il dicastero della controegemonia sovranista sia da imputare all’influenza tuttora esercitata da Dario Franceschini, ex ministro dem, e dai suoi tanti uomini piazzati in ogni ganglio dell’amministrazione.
ROMA — Un regolamento di conti fra alti papaveri del ministero della Cultura, per accreditarsi con il nuovo corso e provare a salvare la pelle. Innescato dal vuoto di potere venutosi a creare nel passaggio tra Gennaro Sangiuliano e Alessandro Giuli: il primo defenestrato in malo modo, sull’onda del Boccia-gate; il secondo catapultato sulla sua poltrona senza rete, sia in quanto a conoscenza della macchina, sia a funzionari di cui potersi fidare.
Sullo sfondo, il diktat imposto da Palazzo Chigi, deciso a far tabula rasa della lunga stagione franceschiniana. Convinto che gran parte delle trame che hanno gettato nel caos il dicastero della controegemonia sovranista sia da imputare all’influenza tuttora esercitata da Dario Franceschini, ex ministro dem, e dai suoi tanti uomini piazzati in ogni ganglio dell’amministrazione.
In questo quadro, quale migliore occasione — dopo il repulisti all’interno del Gabinetto, comunque insufficiente a segnare la forte discontinuità ordinata dai Meloni boys — che accanirsi sui direttori di alcuni dei più importati musei italiani? Tutti nominati da Franceschini ma che, per una sorta di automatismo, si sarebbero potuti prorogare per altri 4 anni (è accaduto, ad esempio, nel 2019 ad Eike Schmidt agli Uffizi) e invece ora licenziati in tronco, alla scadenza del primo mandato. La mannaia sul decennio pd al vertice della Cultura tricolore, calata a freddo da Giuli al primo appiglio utile. Grazie al supporto di un paio di grand commis, passati senza colpo ferire da sinistra a destra: lesti nel segnalare chi cacciare e chi tenere, sulla scorta di personalissimi rapporti d’amicizia o inimicizia, oltreché professionali.
A menare le danze, anche in ragione dei rispettivi ruoli, Alfonsina Russo, fresca capa del Diva, il Dipartimento per la valorizzazione del patrimonio culturale, insediata a luglio. E Massimo Osanna, rimasto direttore generale dei Musei e da lei scavalcato su input di Sangiuliano, che lo riteneva troppo vicino al principale partito d’opposizione. Una contiguità che tuttora potrebbe non salvargli il posto, come si vocifera insistentemente al Mic. A meno che Osanna, estensore materiale della riforma che ha consentito la decapitazione di gallerie e pinacoteche, non trovi nell’ex presidente del Maxxi traslocato in gran fretta al Collegio romano un nuovo alleato.
Non è un caso se i direttori colpiti dalla fatwa meloniana siano tutti archeologi o storici dell’arte sgraditi al vertice del Diva e al dg della Cultura: non solo il francese Stephan Verger, dal 2020 alla guida del prestigioso Museo nazionale romano (Palazzo Massimo, Terme di Diocleziano, Palazzo Altemps, Crypta Balbi), ma anche Mario Epifani epurato da Palazzo Reale, Paolo Giulierini allontanato dall’Archeologico di Napoli e Maria Luisa Pacelli, che solo martedì ha saputo che non avrebbe proseguito il suo incarico a Bologna. Perfetta attuazione del “colpirne uno per educarne cento”, slogan reso celebre da Mao Zedong per offrire una giustificazione ideologica, vestita da deterrenza, alla brutale Rivoluzione culturale cinese.
In attesa che si completino i bandi internazionali per coprire le posizioni vacanti, ad Osanna sarebbe ora andato l’interim sia dei musei regionali campani, sia del Mann (l’archeologico nazionale di Napoli), oltre che già del Bargello.
Nel frattempo Giuli ha chiamato personalmente la direttrice rimossa dalla Pinacoteca di Bologna. Per provare a metterci una pezza. Ma pure per evitare di smentire se stesso: fu proprio lui, nel suo ultimo saggio su Gramsci, a scrivere che conquistare l’egemonia culturale non può più voler dire «conquistare le casematte ideologiche del Paese: i giornali, la scuola, i tribunali» e per estensione i luoghi della cultura. Racconta Maria Luisa Pacelli: «Nonostante il rammarico per le modalità con cui si è concluso il mandato e per l’interruzione improvvisa di un lavoro fatto con serietà, è stato per me di grande importanza il sostegno ricevuto dal ministro, che mi ha telefonato per confermare che alla base del provvedimento ci sono ragioni tecnico-giuridiche, che l’apprezzamento e la fiducia nel mio operato non è in discussione, che mi considera una “riserva della Repubblica delle arti” e che sarà sua cura affinché questa posizione del dicastero emerga pubblicamente».
Intanto, però, l’archeologa è stata costretta a fare le valigie. Primo passo della defranceschinizzazione del Collegio romano: bonifica, per la destra di governo, non più rinviabile.