Non può dirlo, infatti non lo dirà. Ma Giorgia Meloni stanotte confiderà in Kamala Harris. Non sono ragioni di cuore, che la spingerebbero altrove, verso i repubblicani. È calcolo puro, bilancia di costi e benefici. Lo ha raccontato di recente ai pochi ministri di cui si fida, anche perché il corpaccione di Fratelli d’Italia vede solo il cappellino rosso fuoco di “Donald”. Questo non significa che la presidente del Consiglio creda nella vittoria della candidata democratica, anzi: nelle ultime settimane si è sbilanciata a favore di Trump, facendosi addirittura premiare da Elon Musk per curare un rapporto compromesso. Gioca su due tavoli, insomma. Ma se per incanto potesse scrivere il risultato delle presidenziali, direbbe: “Kamala”. Perché con lei alla Casa Bianca Matteo Salvini non trarrebbe giovamento dall’onda trumpiana di ultradestra. Perché i dazi e l’aumento delle spese militari imposti da un’amministrazione del tycoon massacrerebbero le casse già vuote dello Stato. Perché non ha…
Non può dirlo, infatti non lo dirà. Ma Giorgia Meloni stanotte confiderà in Kamala Harris. Non sono ragioni di cuore, che la spingerebbero altrove, verso i repubblicani. È calcolo puro, bilancia di costi e benefici. Lo ha raccontato di recente ai pochi ministri di cui si fida, anche perché il corpaccione di Fratelli d’Italia vede solo il cappellino rosso fuoco di “Donald”. Questo non significa che la presidente del Consiglio creda nella vittoria della candidata democratica, anzi: nelle ultime settimane si è sbilanciata a favore di Trump, facendosi addirittura premiare da Elon Musk per curare un rapporto compromesso. Gioca su due tavoli, insomma. Ma se per incanto potesse scrivere il risultato delle presidenziali, direbbe: “Kamala”. Perché con lei alla Casa Bianca Matteo Salvini non trarrebbe giovamento dall’onda trumpiana di ultradestra. Perché i dazi e l’aumento delle spese militari imposti da un’amministrazione del tycoon massacrerebbero le casse già vuote dello Stato. Perché non ha senso stravolgere equilibri che, finora, le hanno regalato due anni di navigazione a Palazzo Chigi, grazie alla sponda dei democratici.
Cautela, dunque. E silenzio fino a risultato acquisito. Ma anche una dose di cinismo politico che le suggerisce di coprire ogni scenario, marcando stretto Trump. È il senso della missione affidata anche al deputato meloniano Andrea Di Giuseppe. Non uno qualunque: amico del leader repubblicano, impegnato nelle tappe della campagna in cui erano mobilitati gli italoamericani. Ora il parlamentare sta per tornare negli Usa, per seguire le elezioni dal quartier generale “Maga” a Mar-a-Lago. I suoi ragionamenti condensano le speranze e i timori di Meloni: «Se vince Trump, vedo rischi e opportunità. Ma Giorgia farà prevalere le opportunità. Donald neanche siederà con von der Leyen o Macron, mentre la presidente può diventare il ponte tra lui e l’Europa, come ha già fatto tra la Commissione e Orban». Questo il piano: mettersi in mezzo, mentre il leader Usa aggredisce l’Europa, e scalare posizioni. «Per la Germania sarà durissima. Certo, anche l’Italia può avere problemi con dazi, spese militari, Ucraina: ma Trump è un businessman, duro nelle trattative, ma pronto a un accordo. E chi più di Giorgia può farlo?».
In realtà, esiste un rischio, di cui si ragiona ai vertici della diplomazia: il tycoon potrebbe far pagare a Meloni l’amicizia con Biden? «Ma no, lui è pragmatico, lei pure: si parleranno. Il mondo sta per cambiare, allacciate le cinture». È un entusiasmo sincero, che non si respira però a Palazzo Chigi. Nella recente missione americana di settembre, la premier ha incontrato grandi aziende e ambasciatori del trumpismo, ricavandone un timore sui dazi: l’American First che ha in mente il repubblicano potrebbe punire i prodotti italiani (ai tedeschi andrà peggio, ma non consola). E poi, c’è il fronte politico. Al governo soltanto uno ha investito sulla vittoria di Trump: Matteo Salvini. Dovesse accadere, il leghista è pronto a rompere definitivamente il fronte di sostegno a Kiev già il 6 novembre. Per Meloni non è così: deve attendere le mosse del repubblicano e non può sfilarsi dal patto con le altre cancellerie europee a sostegno di Zelensky senza pagare un prezzo pesante in termini di coerenza. Anche perché a Bruxelles un successo del tycoon darebbe slancio ai Patrioti.
Neanche Antonio Tajani si sbilancia. Non può, da ministro degli Esteri. Come la premier, però, anche lui preferirebbe una vittoria di Harris. Non perché non abbia solidi agganci anche con l’eventuale amministrazione Trump, grazie al legame con Mike Pompeo. Piuttosto, per evidenti ragioni politiche: è l’unico ad appartenere a una famiglia, il Ppe, dichiaratamente europeista. Se Meloni e Salvini dovessero riscoprirsi trumpiani – e dunque testa di ponte di chi vuole terremotare il continente - si troverebbe stritolato da un posizionamento impossibile. E, forse, incompatibile con gli attuali alleati. Al governo stanno davvero allacciando le cinture.