MILANO — Iolanda Romano, fondatrice di Avventura urbana, società di progettazione partecipata delle politiche pubbliche, è colei che ha gestito in prima persona il percorso pre-congressuale del M5S. «È stata una cessione di sovranità che mi ha stupito», racconta. 330 persone estratte a sorte, di fatto, hanno deciso le basi sulle quali si rifonderà il Movimento. L’assemblea del 24 e 25 novembre a Roma voterà (o meno) le proposte programmatiche e organizzative.
Questo strano metodo, per la politica perlomeno di partito, ha funzionato?
«Intanto posso dire che è la prima volta che in Europa viene applicato un modello del genere ad una forza politica su scala nazionale. È stato molto sfidante. Sono soddisfatta e curiosa di vedere quel che accadr…
MILANO — Iolanda Romano, fondatrice di Avventura urbana, società di progettazione partecipata delle politiche pubbliche, è colei che ha gestito in prima persona il percorso pre-congressuale del M5S. «È stata una cessione di sovranità che mi ha stupito», racconta. 330 persone estratte a sorte, di fatto, hanno deciso le basi sulle quali si rifonderà il Movimento. L’assemblea del 24 e 25 novembre a Roma voterà (o meno) le proposte programmatiche e organizzative.
Questo strano metodo, per la politica perlomeno di partito, ha funzionato?
«Intanto posso dire che è la prima volta che in Europa viene applicato un modello del genere ad una forza politica su scala nazionale. È stato molto sfidante. Sono soddisfatta e curiosa di vedere quel che accadrà all’assemblea costituente. È raro che un processo deliberativo venga ratificato da un voto, di solito questi processi producono solo “raccomandazioni”: qui invece c’è un impatto diretto. Sapremo in tempo reale se e quanto le proposte saranno approvate».
Quali sono stati i contro di tutta questa procedura durata 3 mesi e mezzo?
«Il tempo. Ci sarebbero voluti 7-8 mesi, ed è quello che ci chiedevano i partecipanti. Anche il clima fuori non ci ha aiutato: c’era una discussione sui media attorno al M5S e poi c’era quello che facevamo noi. I due piani non si sono mai incrociati. La base era più rivolta ai temi della vita quotidiana. Il più sentito ad esempio era la sanità, poi crescita economica e lavoro, il terzo evasione. Lo Statuto era al settimo e il doppio mandato all’undicesimo».
In diversi hanno posto dubbi sul sorteggio delle persone che hanno elaborato la discussione. Davvero è praticabile e democraticamente affidabile come modello?
«C’era la paura che il senso di esclusione del gruppo dirigente facesse saltare tutto. Però abbiamo aperto ai contributi esterni, finiti dentro i 166 quaderni che hanno guidato le linee di discussione. Ho consigliato a tutti i 330 di non rendere pubblica la propria attività, evitando di compromettere il lavoro del gruppo. E davvero con serietà e riservatezza si sono impegnati: meno del 5 per cento si sono scollegati durante le discussioni».
Il rapporto con la committenza, cioè con Giuseppe Conte, com’è stato?
«Conte è arrivato da noi con delle idee, su alcune cose ho chiesto di fare dei cambiamenti importanti e lui si è fidato. Anche sugli esperti, li abbiamo scelti noi. O ad esempio sul come costruire il corpus del sorteggio dei 330, con l’equilibrio di genere, di età, o territoriale, in questo ci siamo fatti aiutare dall’università di Siena. Siamo stati lasciati tranquilli ma quindi al contempo abbiamo avuto addosso molta responsabilità, non ci ho dormito la notte a volte...».
Pensa che questo sistema sia mutuabile anche per altri partiti?
«Nel 2008 facemmo un lavoro importante e simile per il Pd in Toscana. Sarebbe bello si estendesse, pensando all’entusiasmo che ho visto allora e ho rivisto anche stavolta. La democrazia quando la assaggi è estremamente seducente. Il problema è che non la assaggiamo spesso. Noi ovviamente siamo a disposizione di qualunque soggetto».