BUDAPEST — L’Europa prepara il “pacchetto Draghi” e lo presenterà entro giugno prossimo. La scossa è stata l’elezione di Donald Trump in America. Il pericolo di un lento declino dell’Ue è ormai ben presente a tutti. Ieri l’ex premier italiano ha di nuovo illustrato le sue proposte al Consiglio europeo informale di Budapest per accrescere la nostra competitività e Ursula von der Leyen si è impegnata a trasformarle in legge nel giro di 6-8 mesi. C’è però un gigantesco “ma” in questo percorso: non c’è accordo su come finanziare le riforme. Non c’è soprattutto sull’idea di varare un nuovo Recovery Fund. Dubbi che non fanno presagire un percorso facile.
«Ci sono grandi cambiamenti in vista — ha spiegato l’ex presidente della Bce — e credo che quello che l’Europa non può più fare è posporre le decisioni». Per Draghi, il Vecchio Continente è in «stagnazione» e il ritorno di Trump alla Casa Bianca «farà una grande differenza, non tutto in senso negativo». Quindi è indispensabile accelerare le…
BUDAPEST — L’Europa prepara il “pacchetto Draghi” e lo presenterà entro giugno prossimo. La scossa è stata l’elezione di Donald Trump in America. Il pericolo di un lento declino dell’Ue è ormai ben presente a tutti. Ieri l’ex premier italiano ha di nuovo illustrato le sue proposte al Consiglio europeo informale di Budapest per accrescere la nostra competitività e Ursula von der Leyen si è impegnata a trasformarle in legge nel giro di 6-8 mesi. C’è però un gigantesco “ma” in questo percorso: non c’è accordo su come finanziare le riforme. Non c’è soprattutto sull’idea di varare un nuovo Recovery Fund. Dubbi che non fanno presagire un percorso facile.
«Ci sono grandi cambiamenti in vista — ha spiegato l’ex presidente della Bce — e credo che quello che l’Europa non può più fare è posporre le decisioni». Per Draghi, il Vecchio Continente è in «stagnazione» e il ritorno di Trump alla Casa Bianca «farà una grande differenza, non tutto in senso negativo». Quindi è indispensabile accelerare le risposte con l’obiettivo di una Federazione europea perché «da soli siamo troppo piccoli». Solo così si può trattare «con l’alleato americano, in maniera tale da proteggere anche i nostri produttori europei». E nel cogliere il nuovo corso sarà necessario anche aumentare il profilo della Difesa europea: «È possibile spendere il 2% del Pil in questo settore rispettando il Patto di stabilità».
Il Rapporto Draghi, dunque, è potenzialmente la caratura che segnerà la legislatura europea. «Le sfide di competitività che affrontiamo — si legge nella dichiarazione finale del vertice — richiederanno investimenti significativi, mobilitando finanziamenti sia pubblici che privati. Ci impegniamo a esplorare e sfruttare tutti gli strumenti e i mezzi per raggiungere i nostri obiettivi». Non è una frase secondaria nel dibattito europeo perché conferma la possibilità di ricorrere a nuovo debito comune come è stato col Recovery Fund. Ipotesi, però, che non riscuote il consenso di tutti. Nello stesso tempo il “Pacchetto Draghi” non è nulla senza soldi. Lo stesso ex premier ha già spiegato che serviranno almeno 800 miliardi l’anno per realizzarlo. E anche durante il vertice ha suggerito varie forme di finanziamento oltre agli eurobond. «La Commissione — ha annunciato von der Leyen — presenterà a giugno la sua strategia basata sul rapporto di Mario» che «ci indica la strada». Bisognerà associare le misure per l’industria, definite “clean deal”, ma resta l’esigenza base: «Per finanziare le priorità comuni, anche sulla difesa, non è intelligente procedere individualmente, ma è molto meglio finanziarle su scala europea».
È il vero nodo da sciogliere. L’unanimità, soprattutto sull’eventuale ricorso al debito comune, nell’Ue ancora non si registra. I cosiddetti paesi “frugali” appaiono refrattari. Sebbene il Cancelliere tedesco Scholz — che però è in uscita — abbia ammesso che il report è «un chiaro campanello d’allarme per l’Europa».
Il summit di Budapest si è chiuso con la conferenza stampa in cui il padrone di casa, Viktor Orbán, si è lasciato andare ad un piccolo show. «Dobbiamo avere fiducia in noi stessi anche nel negoziato con Trump. La domanda è: quanto saremo bravi? Avremo abbastanza leadership?». Davanti a Ursula von der Leyen e al presidente del consiglio europeo, Charles Michel, ha rispedito al mittente tutte le accuse mosse da Bruxelles nei suoi confronti. Pure in relazione alla guerra in Ucraina. «Non siamo isolati — è il suo avvertimento — abbiamo opinioni diverse e si discute, fa parte della democrazia». Ma poi l’istinto lo ha portato di nuovo verso Mosca: «Bisogna rendere l’euro una valuta mondiale, e poi creare il più grande mercato di sempre, da Lisbona a Vladivostok».