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L’allarme, poi il dietrofront: così la prefettura ha lasciato la piazza a Casapound

(ansa)

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La riunione del comitato per l’ordine pubblico aveva segnalato i rischi e invitato a trovare un altro luogo per il corteo di Bologna
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Perché la manifestazione dell’ultra destra non è stata spostata dal centro di Bologna, nonostante la prefettura avesse disposto, in una riunione ad hoc quattro giorni prima, di trasferirla in una zona più periferica, proprio per evitare “attriti” con gli antagonisti? Cosa — o chi — ha spinto l’ufficio territoriale del Viminale a rovesciare completamente questa decisione dal martedì al sabato? Il sospetto del sindaco di Bologna, Matteo Lepore, è noto: «Qualcuno ha chiamato da Roma, si cercava l’incidente». E non sarebbe un caso, per chi sostiene questa tesi, che il centrodestra — che ha subito cavalcato «l’aggressione alla polizia» — tenga oggi un comizio in città con Giorgia Meloni, Matteo Salvini e Antonio Tajani, attesi per il rush finale delle elezioni regionali.

Il ministero dell’Interno nega pervicacemente qualsiasi regia, anche se non dirama una nota: la smentita è affidata alla prefettura locale, che fornisce una ricostruzione parziale e omissiva dell’accaduto. Tanto che la ste…

Perché la manifestazione dell’ultra destra non è stata spostata dal centro di Bologna, nonostante la prefettura avesse disposto, in una riunione ad hoc quattro giorni prima, di trasferirla in una zona più periferica, proprio per evitare “attriti” con gli antagonisti? Cosa — o chi — ha spinto l’ufficio territoriale del Viminale a rovesciare completamente questa decisione dal martedì al sabato? Il sospetto del sindaco di Bologna, Matteo Lepore, è noto: «Qualcuno ha chiamato da Roma, si cercava l’incidente». E non sarebbe un caso, per chi sostiene questa tesi, che il centrodestra — che ha subito cavalcato «l’aggressione alla polizia» — tenga oggi un comizio in città con Giorgia Meloni, Matteo Salvini e Antonio Tajani, attesi per il rush finale delle elezioni regionali.

Il ministero dell’Interno nega pervicacemente qualsiasi regia, anche se non dirama una nota: la smentita è affidata alla prefettura locale, che fornisce una ricostruzione parziale e omissiva dell’accaduto. Tanto che la stessa capo di gabinetto di Lepore, Matilde Madrid, contro-replica quasi minacciando: «O rettificate o divulgheremo noi il verbale del comitato per l’ordine pubblico».

Un verbale che Repubblica è in grado di anticipare. Ha il numero di protocollo “320/2024”, l’intestazione è quella appunto del “Cosp”, il comitato provinciale per l’ordine pubblico e la sicurezza, presieduto dal prefetto, a cui partecipano la questura, i rappresentanti delle forze dell’ordine e dei vigili, oltre al sindaco. La data è il 5 novembre, quattro giorni prima della manifestazione. Dal documento emerge chiaramente che tutti fossero a conoscenza del rischio scontri. «Dall’attività informativa — si legge — è emersa la concreta possibilità di attriti tra i manifestanti facenti capo a correnti socio-politiche contrapposte».

Proprio per questo, il prefetto quel giorno «dispone» di cambiare sede alla manifestazione dei “patrioti”. «La questura — prosegue il verbale — attraverso la Digos assumerà opportuni contatti con il movimento» dei patrioti «al fine di addivenire ad una opportuna modifica del luogo di svolgimento della manifestazione, che dovrebbe avvenire al di fuori del centro storico». Non a caso subito dopo «si ipotizza, a tal fine, la zona di piazza della Pace». Nel comunicato della prefettura del pericolo di incidenti non c’è traccia. Si parla solo della «insussistenza di motivazioni» per vietare la mobilitazione e nel passaggio in cui si accenna al tentativo di trasferirla tutto viene ridimensionato «al fatto che svolgendosi in un giorno prefestivo, avrebbe potuto impattare con il consueto affollamento in città». Lo struscio del weekend. La prefettura non chiarisce poi per quale motivo sia stata accettata solo la «riduzione del percorso e della durata della manifestazione», se quattro giorni prima veniva ordinato di cambiare piazza, per evitare tensioni, che infatti si sono puntualmente verificate.

Il ministro dell’Interno — che la realtà bolognese la conosce a menadito, essendo stato anche prefetto della città — resta in silenzio per tutta la giornata. Anche se il vicepremier Matteo Salvini, che l’ha voluto al Viminale, gli chiede dalla mattina di disporre «la chiusura e una ricognizione di tutti i centri sociali di sinistra occupati». Omettendo quelli di destra e, nello specifico, la sede romana di CasaPound. Una richiesta che Piantedosi non può tecnicamente assecondare. Non solo per l’imbarazzo per lo spazio occupato dai “fascisti del terzo millennio”. Dal Viminale spiegano informalmente che con Salvini «c’è sintonia totale». Ma è anche vero che Piantedosi un censimento l’ha già disposto, più di un anno fa. Al massimo può aggiornarlo. Anche sugli sgomberi l’accelerazione è già stata disposta, ad agosto 2023, prevedendo interventi delle forze di polizia entro 24 ore per le nuove occupazioni, mentre per quelle datate è stato chiesto ai prefetti di stilare cronoprogrammi precisi, anche se spesso si va per le lunghe, perché negli immobili occupati in molti casi abitano residenti considerati «fragili», da ricollocare. Anche FdI, che pure ha condannato gli scontri, non segue il leghista nella crociata contro i centri sociali. I pochi parlamentari che intervengono, come Andrea De Priamo, si limitano a censurare le «inaccettabili violenze». Stop. C’è anche una ragione elettorale, dietro la prudenza: a via della Scrofa temono che alzare la tensione mobiliti l’elettorato di sinistra, trasformando una tornata storicamente complicata come l’Emilia Romagna in una disfatta.

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