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Albania, nuovo stop dei giudici: “Sui Paesi sicuri decida l’Europa”

(reuters)

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Sospesa ancora una volta la convalida del trattenimento nel centro di Gjader dei richiedenti asilo. Il tribunale di Roma si rimette alla corte di giustizia Ue. L’Anm: “Facciamo il nostro dovere”. Delmastro: “Militanti”. Il Pd: “Figura barbina”
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È successo di nuovo. Com’era prevedibile, i giudici della sezione immigrazione del tribunale di Roma hanno stoppato ancora, su basi tutte giuridiche, l’esperimento Albania voluto dal governo Meloni e cioè il trattenimento e il rimpatrio d’urgenza dei migranti soccorsi in mare fuori dai confini nazionali. Così, a un mese esatto dall’annuncio della loro operatività, i centri di Gjader che a pieno regime dovrebbero ospitare tremila naufraghi sono daccapo vuoti.

Stavolta il tribunale, che già per i primi dodici migranti rinchiusi in Albania aveva bocciato i trattenimenti, ha deciso di sospendere il giudizio, rimettendo tutto nelle mani della Corte di giustizia europea. Rinvio pregiudiziale, si chiama tecnicamente: quattro quesiti in cui si chiede ai giudici Ue di chiarire il conflitto tra la disciplina sovranazionale e l’ultimo decreto del governo, che divergono sulla definizione di Paesi sicuri. La sostanza non cambia: non essendoci stata la convalida dei fermi, gli egiziani e i bangla…

È successo di nuovo. Com’era prevedibile, i giudici della sezione immigrazione del tribunale di Roma hanno stoppato ancora, su basi tutte giuridiche, l’esperimento Albania voluto dal governo Meloni e cioè il trattenimento e il rimpatrio d’urgenza dei migranti soccorsi in mare fuori dai confini nazionali. Così, a un mese esatto dall’annuncio della loro operatività, i centri di Gjader che a pieno regime dovrebbero ospitare tremila naufraghi sono daccapo vuoti.

Stavolta il tribunale, che già per i primi dodici migranti rinchiusi in Albania aveva bocciato i trattenimenti, ha deciso di sospendere il giudizio, rimettendo tutto nelle mani della Corte di giustizia europea. Rinvio pregiudiziale, si chiama tecnicamente: quattro quesiti in cui si chiede ai giudici Ue di chiarire il conflitto tra la disciplina sovranazionale e l’ultimo decreto del governo, che divergono sulla definizione di Paesi sicuri. La sostanza non cambia: non essendoci stata la convalida dei fermi, gli egiziani e i bangladesi trasferiti tre giorni fa a bordo della Libra sono liberi e, non potendo restare in Albania per via del protocollo siglato da Giorgia Meloni e Edi Rama, sono stati riportati tutti e sette in Italia. Come i dodici prima di loro.

Due le asserzioni della presidente della sezione immigrazione di Roma, Luciana Sangiovanni, scritte nella nota che accompagna la pronuncia: anzitutto che «i criteri per la designazione di uno Stato come Paese di origine sicuro sono stabiliti dal diritto dell’Unione europea (…) che, notoriamente, prevale sulla legge nazionale ove con esso incompatibile». Secondo, che «l’esclusione di uno Stato dal novero dei Paesi sicuri non impedisce il rimpatrio o l’espulsione dei migranti», come sostiene la propaganda di governo, ma vale solo a determinare il tipo di procedura da applicare per la richiesta di asilo: se accelerata, come quella che tiene in piedi il progetto Albania, o ordinaria.

L’aggiornamento della lista degli Stati ritenuti sicuri, elevata a norma primaria dopo la prima bocciatura dei giudici, non è dunque bastato. Alla Corte Ue si erano d’altronde già rivolti, dopo il decreto, tre tribunali: Bologna, Catania e la stessa Roma. Ma è bastato il nuovo verdetto per scatenare, in pochi minuti, l’ennesimo attacco da destra alla magistratura: «È un’altra sentenza politica contro gli italiani e la loro sicurezza», sbraita il vicepremier leghista Matteo Salvini. Il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro parla di «segmenti militanti della magistratura». E il forzista Maurizio Gasparri esonda: dice che «i magistrati sono eversivi», che «c’è bisogno di una rifondazione della magistratura», che «questa è una Capitol Hill al contrario». In Aula annuncia anche di aver chiesto al ministro della Giustizia Carlo Nordio un’ispezione contro Silvia Albano, anche lei giudice della sezione immigrazione del tribunale di Roma, già vittima di «minacce aggravate» via social e mail, sulle quali ieri la procura di Perugia ha aperto un fascicolo.

A difendere i tribunali è l’Associazione nazionale dei magistrati, secondo cui è stato doveroso sollevare un rinvio pregiudiziale: «I giudici hanno fatto il loro lavoro». Dunque il viaggio di andata e ritorno per l’Albania è «un film già visto», dice Nicola Fratoianni di Avs. «Siamo stati facili profeti — concorda da +Europa, Riccardo Magi — Ora il governo ha l’obbligo di interrompere le deportazioni: non può e non deve esserci una terza missione prima del giudizio della Corte Ue». Dal Pd Deborah Serracchiani commenta: «Una figura barbina. Con le forzature e con i trucchetti per aggirare la legge non si va da nessuna parte. L’unico effetto è quello di condannare persone esauste, che arrivano in Europa per scappare da violenze e discriminazioni, a nuovi viaggi e trasferimenti estenuanti. Una scelta crudele e vergognosa che peraltro causa danni enormi al bilancio dello Stato».

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