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Meloni guarda i sondaggi e diserta il comizio a Bologna

(ansa)

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La premier evita di mettere la faccia sulla battaglia per l’Emilia-Romagna. Nessuno, a Palazzo Chigi, crede nella rimonta
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Bologna — Non è un caso, ma una scelta consapevole. Giorgia Meloni evita di mettere la faccia sulla battaglia per l’Emilia Romagna. Nessuno, a Palazzo Chigi, crede nella rimonta. Nessuno prevede un clamoroso ribaltone, al massimo si punta a ridurre il divario con il centrosinistra: si parte da — 19%, sarebbe un successo perdere con un distacco a una cifra. E così, la presidente del Consiglio delude tutti — i fratelli d’Italia emiliani e romagnoli, i militanti accorsi fino all’hotel Savoia Regency, i due vicepremier — e si limita a un videocollegamento.

Bisogna partire dall’unico dato incontestabile, quello dell’agenda, per sostanziare la premeditazione di quest’assenza. La lunghissima riunione con i sindacati a Palazzo Chigi finisce qualche minuto dopo le 16. A quel punto, a Meloni basterebbero poco più di due ore per raggiungere Bologna in treno. E ci metterebbe lo stesso tempo in macchina, perché le auto di scorta possono derogare ai limiti di velocità. Ma la presidente del C…

Bologna — Non è un caso, ma una scelta consapevole. Giorgia Meloni evita di mettere la faccia sulla battaglia per l’Emilia Romagna. Nessuno, a Palazzo Chigi, crede nella rimonta. Nessuno prevede un clamoroso ribaltone, al massimo si punta a ridurre il divario con il centrosinistra: si parte da — 19%, sarebbe un successo perdere con un distacco a una cifra. E così, la presidente del Consiglio delude tutti — i fratelli d’Italia emiliani e romagnoli, i militanti accorsi fino all’hotel Savoia Regency, i due vicepremier — e si limita a un videocollegamento.

Bisogna partire dall’unico dato incontestabile, quello dell’agenda, per sostanziare la premeditazione di quest’assenza. La lunghissima riunione con i sindacati a Palazzo Chigi finisce qualche minuto dopo le 16. A quel punto, a Meloni basterebbero poco più di due ore per raggiungere Bologna in treno. E ci metterebbe lo stesso tempo in macchina, perché le auto di scorta possono derogare ai limiti di velocità. Ma la presidente del Consiglio decide di saltare comunque il comizio, a differenza di Matteo Salvini e Antonio Tajani. Un gesto che irrita anche Matteo Salvini e Antonio Tajani. Ufficialmente la difendono — “non ci sono ragioni politiche dietro alla sua assenza”, giura il ministro degli Esteri — ma sottovoce lasciano trapelare un po’ di disagio.

E d’altra parte nessuno crede davvero nella vittoria, ad eccezione di un militante con il cappellino rosso trumpiano (“make America great again”) che attira quindici telecamere senza un perché: “Chi è questo?”. “Uno che ama Trump”. “Ah, ok”. Non ci crede neanche Meloni, anche perché Salvini ad ogni elezione in Emilia Romagna alza talmente la tensione da mobilitare al massimo gli avversari. Nella tornata elettorale del 2020 citofonò in un’abitazione privata di un quartiere segnato dallo spaccio di droga, generando enormi polemiche. Stavolta ha chiesto la chiusura dei centri sociali. “Diciamo che sarebbe meglio condurre una campagna portando avanti le proprie proposte, senza troppo alzare i toni — riflette saggio il capogruppo meloniano Tommaso Foti — perché così si mobilita la sinistra”. E, sembra di capire, si avvicina la sconfitta. Costringendo la premier a saltare il comizio conclusivo.

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