Albania, i centri restano vuoti: se ne vanno i primi 50 agenti
dal nostro inviato Davide CarlucciCentro migranti italiano in Albania (Adnan Beci / AFP)
SHENGJIN (ALBANIA) – Tecnicamente la chiamano “rimodulazione”. Una riduzione significativa del contingente presente in Albania, che a regime doveva essere di 295 unità e che invece non ha mai superato le 220 presenze, tra poliziotti, carabinieri, finanzieri e agenti di polizia penitenziaria. Lo svuotamento, dopo le sentenze del tribunale, dell’hotspot di Shengjin e del centro per migranti di Gjader, ora ha convinto il Viminale che non si può continuare a tenere personale inoperoso negli hotel della località turistica albanese.
Anche perché il danno d’immagine, per il governo italiano, comincia a prospettarsi altissimo: la sproporzione, rispetto ai migranti da assistere, del personale impegnato all’interno delle strutture è stato sottolineato da tutti i parlamentari che hanno visitato il centro, dalle dem Laura Boldrini e Rachele Scarpa al pentastellato Alfonso Colucci, che sta preparando un’integrazione al suo esposto alla Corte dei conti. Il fascicolo è stato già assegnato a un giudi…
SHENGJIN (ALBANIA) – Tecnicamente la chiamano “rimodulazione”. Una riduzione significativa del contingente presente in Albania, che a regime doveva essere di 295 unità e che invece non ha mai superato le 220 presenze, tra poliziotti, carabinieri, finanzieri e agenti di polizia penitenziaria. Lo svuotamento, dopo le sentenze del tribunale, dell’hotspot di Shengjin e del centro per migranti di Gjader, ora ha convinto il Viminale che non si può continuare a tenere personale inoperoso negli hotel della località turistica albanese.
Anche perché il danno d’immagine, per il governo italiano, comincia a prospettarsi altissimo: la sproporzione, rispetto ai migranti da assistere, del personale impegnato all’interno delle strutture è stato sottolineato da tutti i parlamentari che hanno visitato il centro, dalle dem Laura Boldrini e Rachele Scarpa al pentastellato Alfonso Colucci, che sta preparando un’integrazione al suo esposto alla Corte dei conti. Il fascicolo è stato già assegnato a un giudice. E quindi niente scherzi, meglio non dare l’impressione di scialacquare i soldi pubblici: occorre ora razionalizzare al massimo la presenza delle forze dell’ordine presenti nel Paese delle Aquile. Per questo è in corso una parziale smobilitazione, che porterà le unità al minimo vitale di centosettanta persone, per consentire i turni di vigilanza da sei ore ai centri, anche quando - come in questo momento - sono vuoti.
Ma lo spettacolo deve andare avanti: ieri la prefettura di Roma ha pubblicato un bando da 3,2 milioni di euro per la manutenzione ordinaria e straordinaria dei due centri. Un contratto da 48mila euro per sei mesi, invece, è stato stipulato con una ditta di pulizie di Tirana. E il 19 scadono i termini per un altro appalto da 993mila euro per la somministrazione dei pasti, nell’arco di due anni, per la struttura penitenziaria di Gjader. Tutto questo mentre i centri sono sempre più vuoti e i contingenti si assottigliano.
Shengjin, dentro il resort Rafaelo in Albania che ospita carabinieri e poliziotti italiani
Ieri nella sala mensa dell’hotel Rafaelo, a colazione, gli altoparlanti diffondevano, un brano jazzy soul, Bayou boogie. L’atmosfera è quella dei “risvegli dolci” che si sperimenta in vacanza in qualsiasi albergo del mondo. «Sono tre giorni che non funziona il riscaldamento in palestra», maledice però un poliziotto. Fuori un gruppo di afghani si raduna per andare a Tirana nell’ambasciata Usa. Un altro agente è già in pantaloncini e scarpe ginniche, si prepara per il jogging. «Non dite che è una villeggiatura, la nostra, perché non lo è - attacca un campano - perché il costo della vita è salito alle stelle qui, nei supermercati. E se ti fai un giro per le strade di Shengjin, in queste ore, è la morte civile». Quasi tutti sono solidali con il governo Meloni, pensano che il modello Albania prima o poi decollerà. «C’è troppa immigrazione incontrollata in Italia. In certe zone perfino io, che posso far male, sono preoccupato. Figuriamoci una ragazza che torna a casa di sera», dice un barese. Però, aggiunge, «con questa opposizione e con questi giudici non si partirà mai. E noi siamo qui, senza poter far niente. E dobbiamo anche sentirci dire che veniamo a prendere il sole».
Qualcuno ai raggi si espone davvero, quand’è di riposo, seduto ai tavolini che danno sul cortile. Intorno si aggira un branco di cani randagi. Un poliziotto toscano ha sempre qualcosa per loro. È stato proprio lui a tenerli buoni, l’altra notte, quando avevano preso di mira un cliente dell’hotel che stava per essere aggredito. «Mi hai salvato», lo ha ringraziato l’uomo. Il Rafaelo è un microcosmo composito: bambini afghani che si rincorrono di ritorno dalla scuola, carabinieri che montano di turno armati ed equipaggiati, albanesi vestiti di tutto punto per un matrimonio. Tra i residenti, però, l’euforia dei primi giorni, quando la macchina sembrava finalmente essersi messa in moto con l’arrivo dei primi migranti, promettendo un indotto che avrebbe riaperto i locali chiusi dopo l’estate, ha ceduto il posto alla delusione. «Quando è partito l’accordo - racconta Vivian Golem, operatore turistico di Lexhe militante nell’opposizione - la maggioranza politica locale elencava i vantaggi economici che sarebbero arrivati alla zona. Si sperava che gli affitti delle nostre case salissero. E invece tutti sono stati sistemati negli alberghi di un unico proprietario vicino al governo di Rama». Chi ha fatto i colloqui ad agosto per lavorare come avvocato, medico, psicologo o assistente informatico non è stato mai chiamato. La speranza di uno stipendio fino a duemila euro al mese, quattro volte il salario medio nazionale, è svanita con le luci della nave che portava via gli ultimi sette migranti del “modello Albania”. Un puntino sempre più lontano, fino a spegnersi nella notte del mar Adriatico.