D’Alimonte: “Pesa la disaffezione verso elezioni poco competitive e candidati con scarso appeal”
di Gabriella Cerami , — gab.cer.Roberto D'Alimonte
Roma — Esito scontato del voto, scarso appeal dei candidati e giovani sempre più distanti dalla politica. Roberto D’Alimonte, docente di Sistema politico italiano all’università Luiss, legge in questi termini il dato dell’astensione.
Professore D’Alimonte, in Emilia-Romagna l’affluenza è scesa di 21 punti percentuali rispetto al 2020 e in Umbria di 12 rispetto al 2019. Quali sono stati i fattori determinanti?
«Nel caso dell’Emilia-Romagna, l’esito della votazione è stato considerato scontato e questo ha demotivato molti elettori. Inoltre contano i candidati in campo. Quando Stefano Bonaccini venne eletto la prima volta nel dicembre del 2014 ci fu un crollo catastrofico dell’affluenza. Si toccò il minimo storico del 37,7%. Un po’ per i conflitti interni al partito e un po’ perché l’attuale presidente del Pd non era visto come un buon candidato. Cinque anni dopo è andato a votare oltre il 60%. Oggi l’affluenza è scesa di nuovo anche se non ai livelli del 2014. Dunque c’entra la poca c…
Roma — Esito scontato del voto, scarso appeal dei candidati e giovani sempre più distanti dalla politica. Roberto D’Alimonte, docente di Sistema politico italiano all’università Luiss, legge in questi termini il dato dell’astensione.
Professore D’Alimonte, in Emilia-Romagna l’affluenza è scesa di 21 punti percentuali rispetto al 2020 e in Umbria di 12 rispetto al 2019. Quali sono stati i fattori determinanti?
«Nel caso dell’Emilia-Romagna, l’esito della votazione è stato considerato scontato e questo ha demotivato molti elettori. Inoltre contano i candidati in campo. Quando Stefano Bonaccini venne eletto la prima volta nel dicembre del 2014 ci fu un crollo catastrofico dell’affluenza. Si toccò il minimo storico del 37,7%. Un po’ per i conflitti interni al partito e un po’ perché l’attuale presidente del Pd non era visto come un buon candidato. Cinque anni dopo è andato a votare oltre il 60%. Oggi l’affluenza è scesa di nuovo anche se non ai livelli del 2014. Dunque c’entra la poca competitività, ma anche lo scarso appeal dei candidati».
E in Umbria?
«Lì l’elezione era considerata incerta, c’era una maggiore competizione tra gli sfidanti. Questo è certamente uno dei motivi per cui il calo dell’affluenza è stato minore».
Si può dire che l’astensione sia ormai una tendenza consolidata?
«La tendenza di fondo è quella di una diminuzione costante della partecipazione in tutte le consultazioni: politiche, europee, regionali e locali. Dentro questa tendenza ci sono delle differenze: si vota di più alle politiche e si vota meno in altri tipi di elezioni. Il calo è minore quando la posta in gioco è percepita come molto rilevante».
Si può parlare anche di disaffezione degli elettori?
«Certamente, vi è una disaffezione nei confronti della classe politica e una crescente delusione di fronte alla qualità dei candidati. Poi ci sono altri fattori: l’invecchiamento della popolazione e il minore interesse da parte dei giovani verso la politica. Per tanti elettori più anziani il voto era una abitudine consolidata. Questo non è più vero per le ultime generazioni».
Che ruolo giocano i partiti?
«Di certo incidono l’indebolimento dei partiti di massa e la crisi delle ideologie che si traduce nella scarsa capacità delle forze politiche di mobilitare l’elettorato. Oggi non ci sono più idee e partiti forti. Contano i candidati e la competitività delle elezioni. Oppure, la rete delle clientele».
Quanto influisce la crisi del M5s nella bassa affluenza alle urne?
«Nel 2013 e nel 2018 ci sarebbe stata una diminuzione dei votanti ancora più marcata, che invece non si è registrata grazie al fenomeno Cinque Stelle, ma adesso questo fenomeno non c’è più. Questo vale soprattutto per le politiche perché invece alle regionali non hanno mai avuto grandi performance a parte in Sicilia. Ma sono episodi che dimostrano anche la volatilità del voto».
Cosa intende?
«Oltre all’astensionismo quello che caratterizza il comportamento di voto oggi è la volatilità, cioè lo spostamento di voti da un partito all’altro o dalla astensione al voto e viceversa. L’Umbria è un caso esemplare. Nel 2019 la Lega ha preso il 37 % dei voti e FdI il 10,4%. Alle Europee di questo anno la Lega è scesa al 6,8% e FdI è salita al 32,6 %. L’unico partito che è riuscito a spezzare questa logica è stato il M5s perché negli anni che vanno dal 2013 al 2020 è riuscito ad accreditarsi come partito trasversale né di destra né di sinistra ed è riuscito a strappare un pezzo di elettorato ai partiti di centrodestra, oltre che al Pd. E in questo senso i voti sono usciti dai confini dei due blocchi ma oggi gli elettori del centrodestra che in passato hanno votato M5s sono tornati a casa».