De Pascale: “Governerò la Regione come la città, tenendo insieme tutti”
di Giovanna VitaleBOLOGNA — È diventato sindaco per un tragico gioco del destino: l’infarto che alla vigilia delle comunali 2016 stronca il candidato del centrosinistra in corsa a Ravenna. Lui, Michele de Pascale, 39 anni — già sopravvissuto a un incidente stradale «nel quale ho corso il rischio non solo di morire, ma di restare paralizzato e con un piede amputato» — era il segretario provinciale del Pd. «Ora tocca a te», gli dicono i vertici del partito — «la seconda sliding doors della mia vita», dice — mentre i muri della città sono ancora tappezzati di manifesti con il volto di Enrico Liverani, il compagno appena deceduto. “Michi” all’inizio si ritrae, «non è che non lo volessi fare, solo non mi ritenevo la persona giusta», racconta all’indomani della vittoria travolgente in Emilia-Romagna: punta di diamante del trittico di primi cittadini che hanno espugnato le tre regioni chiamate al voto d’autunno.
BOLOGNA — È diventato sindaco per un tragico gioco del destino: l’infarto che alla vigilia delle comunali 2016 stronca il candidato del centrosinistra in corsa a Ravenna. Lui, Michele de Pascale, 39 anni — già sopravvissuto a un incidente stradale «nel quale ho corso il rischio non solo di morire, ma di restare paralizzato e con un piede amputato» — era il segretario provinciale del Pd. «Ora tocca a te», gli dicono i vertici del partito — «la seconda sliding doors della mia vita», dice — mentre i muri della città sono ancora tappezzati di manifesti con il volto di Enrico Liverani, il compagno appena deceduto. “Michi” all’inizio si ritrae, «non è che non lo volessi fare, solo non mi ritenevo la persona giusta», racconta all’indomani della vittoria travolgente in Emilia-Romagna: punta di diamante del trittico di primi cittadini che hanno espugnato le tre regioni chiamate al voto d’autunno.
Perché non si riteneva la persona giusta?
«Fare il sindaco è il mestiere più bello del mondo, ma pure il più complicato. Io poi ero di Cervia, dove tuttora vivo, non di Ravenna. E in quel periodo c’era tanta antipolitica. Ero convinto di non essere il candidato più adatto. Hanno insistito molto e alla fine ho deciso di buttare il cuore oltre l’ostacolo. Ma è stata la battaglia politica più difficile di tutte: io passavo la notte sveglio a studiare lo stradario, non conoscevo la città nel profondo. E poi era un brutto momento anche per il Pd: a un certo punto la coalizione si rompe e noi andiamo da soli, con i 5S in forte crescita, come Salvini».
Gli elettori non l’hanno pensata come lei.
«Sono passato al ballottaggio, però. Vengo eletto e per me inizia una fase complessa: Ravenna aveva un sacco di problemi, a partire dal cantiere del porto bloccato da decenni. Col tempo siamo riusciti a finire tutti i lavori e a sviluppare altre infrastrutture, di cui vado orgoglioso. Anche se l’opera migliore la condivido con mia moglie: è Gaia, la figlia nata dopo Giacomo nel corso del primo mandato».
Queste elezioni dimostrano che i sindaci sono le vere riserve della Repubblica, come alle Europee, dove hanno fatto il boom di preferenze, più dei leader nazionali?
«In campagna elettorale ero stato facile profeta, conosco Stefania e sapevo che avremmo vinto anche lì. Ma attenzione a non cadere nella retorica dei sindaci. Guidare una comunità ti migliora umanamente perché ti avvicina alla gente, ti fa capire quali sono i problemi veri delle persone, però come lo fai non è un dettaglio. Era sindaco Giorgio La Pira, ma pure Vito Ciamcimino, ci sono santi e ci sono diavoli. È un’esperienza straordinaria che, sei fai bene, ti aiuta pure dopo».
Da consigliere comunale è arrivato fino al governo della Regione. Era il suo sogno?
«Mi sono candidato con i Ds per la prima volta a Cervia nel 2004, avevo 19 anni, appena iscritto a Medicina. Mio padre, che era di centrodestra, non apprezzò: non mi parlò per tre mesi e non mi votò. Io non venni eletto per un voto e lui se ne dispiacque. Dopodiché voglio essere sincero: guidare la mia Regione è il più grande onore che potessi ricevere».
Chi è stato il suo maestro?
«Ho iniziato a far politica quando il presidente era Vasco Errani, che insieme a Bersani per me rappresentava un modello di sinistra riformista. Quando loro sono usciti dal Pd è stato molto doloroso, lacerante. Io però non ho avuto neppure un dubbio se lasciare o no il mio partito. Per me è casa, anche se non ho mai fatto parte di una corrente e ho sempre espresso le mie valutazioni in maniera libera. Le stesse che mi hanno portato a sostenere al congresso Stefano Bonaccini, col quale ho un rapporto molto franco e di grande amicizia».
Bersani ha detto di lei che è capace di legare la sabbia. Che significa?
«Essendo romagnolo, la sabbia è un fatto identitario. La capacità di tenere insieme è un valore: se non sei capace di unire la tua coalizione rispettando le diversità, come puoi pensare di farlo con la tua comunità? Quando governi una città o una regione devi tenere insieme tutti, devi rappresentare tutti».
È merito suo se in Emilia il campo largo non è franato e il Pd è schizzato al 43%?
«Abbiamo ottenuto questo risultato perché abbiamo costruito una coalizione ampia, se non lo avessimo fatto anche il Pd avrebbe sofferto. Se il Pd si approccia alle elezioni con arroganza e autosufficienza va male pure come lista, se si approccia con generosità e apertura viene premiato nelle urne. Penso che ciò valga per tutte le forze progressiste».
Lei è considerato uno degli emergenti, c’è chi la vede leader del Pd dopo Schlein.
«Io ho la stessa età di Elly, che sta lavorando alla grande. Quello che vorrei fare adesso è dare concretezza e gambe al suo progetto per l’Italia. La sua sfida è per il governo del Paese, la nostra per l’Emilia-Romagna. E poi nel partito nazionale ci sono già tanti dirigenti che provengono da questa terra. Credo che vada benissimo così».