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Migranti, al Csm anche le toghe di destra votano per la tutela del magistrato di Bologna Gattuso

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Votano no soltanto i membri laici di FdI, Lega e FI. Magistratura indipendente invece tiene il punto
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Il confronto è serrato, volano scintille. A Palazzo Bachelet si discute pubblicamente del conflitto tra politica e giustizia: in gioco c’è l’indipendenza della magistratura e stavolta anche i togati di destra hanno deciso di reagire. Al termine di tre ore di dibattito, il plenum del Consiglio superiore della magistratura approva – con 25 voti contro 5 – la pratica a tutela di Marco Gattuso, il giudice del tribunale di Bologna che, con i colleghi della sezione immigrazione, ha deciso di interpellare la Corte di giustizia europea sul decreto “Paesi sicuri” per chiedere ulteriori chiarimenti.

Contro la decisione di Gattuso, venti giorni fa, erano calate le “dure dichiarazioni di titolari di alte cariche istituzionali”, si legge nella mozione (ovvero Meloni: “volantini propagandistici”, Salvini: “Vadano a fare politica”) oltre alle gravi “esposizioni mediatiche con intromissioni nella sfera intima e privata” del magistrato. In sintesi: sono stati “travalicati i limiti del diritto di crona…

Il confronto è serrato, volano scintille. A Palazzo Bachelet si discute pubblicamente del conflitto tra politica e giustizia: in gioco c’è l’indipendenza della magistratura e stavolta anche i togati di destra hanno deciso di reagire. Al termine di tre ore di dibattito, il plenum del Consiglio superiore della magistratura approva – con 25 voti contro 5 – la pratica a tutela di Marco Gattuso, il giudice del tribunale di Bologna che, con i colleghi della sezione immigrazione, ha deciso di interpellare la Corte di giustizia europea sul decreto “Paesi sicuri” per chiedere ulteriori chiarimenti.

Contro la decisione di Gattuso, venti giorni fa, erano calate le “dure dichiarazioni di titolari di alte cariche istituzionali”, si legge nella mozione (ovvero Meloni: “volantini propagandistici”, Salvini: “Vadano a fare politica”) oltre alle gravi “esposizioni mediatiche con intromissioni nella sfera intima e privata” del magistrato. In sintesi: sono stati “travalicati i limiti del diritto di cronaca e critica dei provvedimenti giudiziari”. Un confine, stabilisce ieri il Csm a larghissima maggioranza, che non si può violare. Nel documento viene denunciato anche il tentativo di condizionare l’esercizio della funzione giudiziaria e i singoli magistrati. L’auspicio, conclude il testo, è di ripristinare «un dialogo sereno tra le istituzioni, nel rispetto della reciproca autonomia». Ed è significativo che tra i voti a favore pesino quelli dei due membri di diritto, la prima presidente di Cassazione, Margherita Cassano, e il Procuratore generale presso la suprema Corte, Luigi Salvato, mentre il vicepresidente Fabio Pinelli (già nell’occhio del ciclone per la sua visita alla presidente del Consiglio, nelle ore della massima solidarietà a Gattuso) non partecipa al voto. L’ultima pratica a tutela di un giudice risale a oltre quindici anni fa. Erano i tempi del governo Berlusconi e della sentenza Fininvest-Cir, quando il magistrato Raimondo Mesiano venne stigmatizzato da Mediaset per i suoi calzini turchesi.

“Ma come si può, in questo plenum, non essere d’accordo con l’auspicio rigoroso, direi quasi ecumenico, di invocare la serenità nel rapporto tra i poteri dello Stato?”, rimarca Salvato. Mentre Isabella Bertolini, laica di Fdi, replicherà affilata. In sintesi: “Se una persona è diffamata deve andare in Tribunale, non qui al Csm. Se si parla apertamente del proprio privato, e se si dice una cosa di sé (il riferimento ai diritti degli omosessuali, sulla cui tutela si era espresso il presidente Gattuso, ndr) poi bisogna avere la forza di tollerare anche le critiche”. Restano isolati, stavolta, i cinque voti contrari dei laici eletti dalla maggioranza (oltre a Bertolini, Eccher, Giuffrè, Bianchini, Aimi, tutti eletti in quota Lega, FdI e Fi), mentre i sette togati della corrente di destra, Magistratura Indipendente, e i quattro di quella moderata, Unicost, aderiscono compatti alla delibera portata in plenum da Tullio Morello, il presidente della Prima commissione, di Area, la componente progressista . Che raccoglie anche il sì degli altri sei componenti, oltre a quello della togata Md, la corrente di sinistra, cui è iscritto lo stesso giudice Gattuso. Voto a favore anche di Andrea Mirenda, il giudice eletto da indipendente. E la questione è di tale importanza che prende la parola anche la presidente Cassano (di Mi).

Cita Kant, la magistrata, e ricorda che è «un dovere per il servitore dello Stato non rinunciare a parlare». E nell’annunciare il suo voto favorevole rivendica «il diritto di critica» e chiede di «non demonizzare chi la pensa diversamente per screditare la credibilità di un magistrato». Il presidente Morello sottolinea il fatto che «la decisione dei giudici bolognesi ha subito un attacco ingiustificato e denigratorio e ci sono state pratiche inaccettabili come la raccolta di informazioni sulla vita privata del giudice». Alla maggioranza del plenum chiede a gran voce di tutelare l’autonomia e l’indipendenza dei magistrati. Lo fa anche il laico Ernesto Carbone di Italia viva quando dice che non lo «spaventa il politico che critica il magistrato, né la toga che critica una legge, se correttamente la applica”, quindi “non siamo qui a difendere Gattuso, ma la giurisdizione nel massimo confronto dei poteri dello Stato. Segnalo che dalla scorsa estate è cominciata una singolare narrazione secondo cui i magistrati intendono con un complotto far cadere il governo”.

E mentre il Csm alza il muro contro i tentativi di condizionare l’autonomia e l’indipendenza delle toghe, la giornata politica si chiude con nuove tensioni su altri due fronti della giustizia. Passa con un primo ok, in Commissione Affari costituzionali alla Camera, il trasferimento della competenza alle Corti d’Appello per decidere sulle convalide ai “trattenimenti” dei migranti: nonostante “la grande preoccupazione” espressa a Mattarella e Meloni da parte di tutti e 26 i presidenti delle Corti italiane. Mentre, sul versante della stretta alle intercettazioni (il limite di 45 giorni alle captazioni), è il procuratore antimafia Giovanni Melillo a lanciare un allarme in commissione Giustizia alla Camera. «In un’epoca dominata dalla digitalizzazione, disciplinare i tempi delle attività di intercettazioni – avverte Melillo -si risolve in un’incomprensibile compressione delle scelte investigative». Un tentativo, da parte del governo, di depotenziare anche il lavoro degli investigatori oltre a quello dei magistrati.

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