Proietti: “La differenza è il rapporto con la gente. Il mio cellulare è sul web”
dal nostro inviato Lorenzo De CiccoASSISI — «Woke? E che vuol dire woke?». Stefania Proietti in purezza. La neo-governatrice dell’Umbria, dopo 5 ore nette di sonno — «ma per me è normale, in questa campagna elettorale ne ho dormite 3 per notte» — nel suo studio, quasi ex, di sindaca di Assisi, con due lettere di Papa Francesco appese alle pareti, si mostra per quello che è: l’esatto opposto del candidato di una sinistra ideologica, etichetta che leghisti e fratelli meloniani spesso affibbiano agli avversari, senza sottilizzare. A Proietti però questa targhetta in voga negli Usa, woke, sta stretta. Cattolica osservante, la notte della vittoria (insperata) il primo grazie l’ha detto a Francesco — il santo, non il pontefice — «che è il mio punto di riferimento». «E se ho vinto, è stato anche per le mie posizioni», risponde quando le chiediamo se pensa sia stato un vantaggio oppure un gap essersi dichiarata contraria alle armi all’Ucraina («sarò la presidente della pace») o il no al suicidio assistito.
ASSISI — «Woke? E che vuol dire woke?». Stefania Proietti in purezza. La neo-governatrice dell’Umbria, dopo 5 ore nette di sonno — «ma per me è normale, in questa campagna elettorale ne ho dormite 3 per notte» — nel suo studio, quasi ex, di sindaca di Assisi, con due lettere di Papa Francesco appese alle pareti, si mostra per quello che è: l’esatto opposto del candidato di una sinistra ideologica, etichetta che leghisti e fratelli meloniani spesso affibbiano agli avversari, senza sottilizzare. A Proietti però questa targhetta in voga negli Usa, woke, sta stretta. Cattolica osservante, la notte della vittoria (insperata) il primo grazie l’ha detto a Francesco — il santo, non il pontefice — «che è il mio punto di riferimento». «E se ho vinto, è stato anche per le mie posizioni», risponde quando le chiediamo se pensa sia stato un vantaggio oppure un gap essersi dichiarata contraria alle armi all’Ucraina («sarò la presidente della pace») o il no al suicidio assistito.
Com’è riuscita a mettere d’accordo tutti, dai 5S ai renziani, inseriti in una lista civica per non indispettire Conte?
«Col motto del Gladiatore: solo se uniti, vinceremo. Lo mandavo in chat ai miei alleati e candidati, in queste settimane. Io peraltro all’inizio non volevo candidarmi. Sono stati i partiti a pregarmi... e io rispondevo di no. Ma insistevano, perché avevamo vinto ad Assisi, otto anni fa, e poi anche in provincia, quando non era facile. Devo dire che Elly è stata molto paziente. Quando ero indecisa mi diceva: prenditi il tempo che vuoi».
Alla fine si è candidata. E ha portato per la prima volta il campo largo a vincere un’elezione regionale, visto che in Sardegna i centristi correvano separati.
«Intanto il termine “campo largo” è da abbandonare. Qui in Umbria l’abbiamo chiamato “patto avanti”, perché è un’intesa fra partiti, sì, ma che guarda al futuro».
Patto avanti, lo suggerisce anche a Conte e Schlein?
«Potrebbero prendere l’esempio, perché no? Anche se ogni regione è diversa. Ma qui abbiamo costruito una coalizione che va dai moderati del mondo cattolico a Rifondazione».
Dalla Liguria all’Emilia Romagna, all’Umbria: vincono i sindaci. Che spiegazione si dà?
«Siamo vicini alle persone. Il mio numero di cellulare è su internet. Ce l’hanno tutti, non solo qui ad Assisi. E mi chiamano. Conta la visione politica, certo. Le idee. Ma anche il rapporto diretto: la gente ha bisogno di sentirsi rappresentata da qualcuno che conosce, che è vicino».
Che le ha detto Schlein appena l’ha vista, l’altro ieri, nel suo comitato a Perugia?
«Mi ha abbracciato. Ha un lato umano che spesso dagli schermi non si percepisce. La ringrazio, poi, per la grande libertà che mi ha dato in questa campagna».
Perché ha ringraziato Meloni, nel suo discorso della vittoria?
«Perché si era congratulata con me. Anche Salvini lo sentirò, per chiedergli un incontro, per discutere delle nostre infrastrutture. La priorità però è la sanità: serve una terapia d’urto».
Un marito conosciuto al liceo, due figli... è più tradizionale la sua famiglia di quelle di molti leader di destra?
«Esatto, ma come dice Francesco: chi sono io per giudicare?».
Che rapporto ha col Papa?
«È simpatico. Mi chiama “la sindaca brava”. L’ho incontrato diverse volte. Qui ho due lettere incorniciate, ma ne ho un’altra che mi ha scritto poco dopo Natale, quando ero stata a Betlemme. Bisogna insistere sulla pace».
E col cardinale Zuppi, il presidente della Cei?
«Con lui ci sentiamo al telefono. Anche i vescovi umbri si sono congratulati».
Si è parlato molto, in questa sua corsa elettorale, dell’endorsement (poi smentito) dei frati francescani...
«Da assisana, li frequento da quando sono ragazza. Da sindaca penso che siano “famiglia”, ad Assisi. Ma va scissa la parte politica da quella religiosa. Si tengono fuori dall’agone, poi certo, anche loro sono votanti».
Bandecchi ha detto che se la destra l’avesse candidato, ora lei sarebbe a lavare i piatti.
«Termini che non mi toccano, ma possono far male alle giovani donne. Comunque, gli elettori hanno eretto una barriera al bandecchismo».
Sogna ancora di scalare l’Everest?
«Avrei voluto andarci, quando ero responsabile scientifica del laboratorio lassù. Poi è nato il secondo figlio e ho dovuto rinunciare. Adesso ho davanti cinque anni impegnativi: questo sogno è appeso al chiodo, per ora».