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FdI e la Fiamma, dagli Arditi a Donna Assunta: il simbolo di un passato difficile da cancellare

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Lo stemma è stato oggetto di mille contese. Eppure alla nascita il partito di Meloni non lo volle
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Ah i simboli! Palmiro Togliatti, che di politica se ne intendeva un po’, affidò quello del Pci a Renato Guttuso. E la fiamma, che a cadenza regolare qualche grisù della destra prova a spegnere, è stata disegnata direttamente da Giorgio Almirante, sembra su suggerimento di un reduce degli Arditi. Con tutta la misteriosofia legata a quel trapezio da cui sorgevano le lingue tricolori del fuoco, che per alcuni era nientemeno che il sarcofago di Mussolini. Anche se, come ricorda Filippo Ceccarelli nel monumentale libro Invano, pare sia stata Donna Assunta a suggerire al marito di aggiungere un tripode sotto il fuoco stilizzato, «altrimenti sembrava quella del Pibigas». Che per chi non è nato negli anni Cinquanta, era una famosa marca di bombole a gas.

Fiamma e tormento a destra, anzi tormentone: mettila, toglila, rimettila. Meglio, rubala. Gabriele Maestri, nel suo definitivo I simboli della discordia, un saggio dedicato alle controversie giuridiche sui contrassegni dei partiti, dedica u…

Ah i simboli! Palmiro Togliatti, che di politica se ne intendeva un po’, affidò quello del Pci a Renato Guttuso. E la fiamma, che a cadenza regolare qualche grisù della destra prova a spegnere, è stata disegnata direttamente da Giorgio Almirante, sembra su suggerimento di un reduce degli Arditi. Con tutta la misteriosofia legata a quel trapezio da cui sorgevano le lingue tricolori del fuoco, che per alcuni era nientemeno che il sarcofago di Mussolini. Anche se, come ricorda Filippo Ceccarelli nel monumentale libro Invano, pare sia stata Donna Assunta a suggerire al marito di aggiungere un tripode sotto il fuoco stilizzato, «altrimenti sembrava quella del Pibigas». Che per chi non è nato negli anni Cinquanta, era una famosa marca di bombole a gas.

Fiamma e tormento a destra, anzi tormentone: mettila, toglila, rimettila. Meglio, rubala. Gabriele Maestri, nel suo definitivo I simboli della discordia, un saggio dedicato alle controversie giuridiche sui contrassegni dei partiti, dedica un intero capitolo proprio alla fiamma neofascista, con tentativi plurimi di scippo. Un “rubabandiera” che parte da Pino Rauti con il suo MSI-Fiamma Tricolore al Nuovo Msi di un certo Gaetano Saya, alla Fiamma Tricolore di Luca Romagnoli, e poi la Destra di Storace e Buontempo, la Forza Nuova di Tilgher e Fiore e via sfiammando. Tutto nasce naturalmente dalla fine del Movimento sociale e dalla svolta di Fiuggi, l’addio alla casa del padre voluto da Gianfranco Fini.

«Al congresso di Bologna — ricorda Francesco Storace, storico portavoce di Fini — c’era il timore che il capo facesse un blitz sul simbolo per togliere la fiamma. Visto che a Fiuggi il simbolo del Msi, ruotando, diventava quello nuovo di An, temevo che avesse fatto la stessa cosa. Corsi dietro il palco, prima dell’inizio dei lavori, per verificare che non ci fosse un nuovo simbolo senza la fiamma». Non se ne fece nulla, ma l’idea di Fini era di toglierla, per recidere del tutto le radici. «Oggi finisce il dopoguerra», proclamò presentando An.

E di certo alla fiamma non era attaccato uno come Pinuccio Tatarella, ideologo della moderna destra di governo. Men che meno il vero ideatore di An, il politologo Mimmo Fisichella, di simpatie monarchiche. «Fosse stato per lui — ridacchia Storace — al posto della fiamma avremmo adottato la corona sabauda!».

E comunque oggi tutti a dare addosso al povero Ciriani, con l’accusa di lesa maestà. Ma per la verità tutto questo attaccamento al simbolo almirantiano non si era notato alla nascita di Fratelli d’Italia, il mini-partito creato da Meloni-La Russa e Crosetto nel 2012. Niente fiamma? Possibile? «Andatevi a rivedere le foto della presentazione del simbolo alla galleria Sordi — dice sornione Guido Crosetto, il primo a suggerire l’abbandono del fuoco storico già nel 2019 — e noterete due cose. Il mio orrendo cappotto color cammello e un cordino tricolore sotto il nome FdI». Niente fiamma, vero. Solo quel cordino che Storace, sbeffeggiando gli ex camerati, aveva ribattezzato «il nodo scorsoio», alludendo al cappio che si erano messi al collo lasciando Berlusconi.

Bene, ma allora perché rimetterlo? Sul perché la fiamma sia stata prontamente riaccesa ha ricordi nitidi Fabio Rampelli, mentore di molti giovani missini ora al governo. «C’era un movimento di colonnelli, volevano prendere il simbolo dalla fondazione An. Alemanno, Poli Bortone, Viespoli... se non l’avessimo utilizzato noi se lo sarebbero preso loro». E così rinasce, per ragioni molto prosaiche, la fiamma: «Non potevamo competere avendo alla nostra destra un partito che si presentava con quel logo». Quanto a toglierlo ora, Rampelli è contrarissimo. «Un simbolo non è una maglietta sporca che togli e metti. E poi non dobbiamo abiurare nulla. Il nostro non è mica il fascio littorio, è un simbolo che nasce già democratico. Mica come la falce e martello». Per fortuna di Rampelli, non c’è più un Guttuso a replicargli.

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