Questo è il numero di venerdì 22 novembre 2024 della newsletter Hanno tutti ragione, firmata da Stefano Cappellini. Per attivare l'iscrizione clicca qui
Se fosse possibile dire una cosa non brutta sugli elettori di sinistra senza ispirare un pamphlet di Luca Ricolfi, potremmo metterla così: uno dei motivi, non il principale, per carità, ma nemmeno l’ultimo, per il quale la sinistra perde spesso le elezioni è che ha un elettorato più esigente di quello della destra.
L’elettore di sinistra, e già con questa espressione stiamo dicendo tutto e niente, perché ci potrebbero rientrare tipi antropologicamente molto distanti, ha aspettative mediamente più alte del suo omologo di destra. Non si accontenta. Vuole qualcosa che gli assomigli il più possibile, che lo gratifichi in tutte le convinzioni. Anche per questo il settore è pieno di scontenti. C’è l'elettore più riformista, stufo delle ammucchiate, e oggi della retorica da campo largo, che da anni chiede coraggio: “Non voglio più votare co…
Questo è il numero di venerdì 22 novembre 2024 della newsletter Hanno tutti ragione, firmata da Stefano Cappellini. Per attivare l'iscrizione clicca qui
Se fosse possibile dire una cosa non brutta sugli elettori di sinistra senza ispirare un pamphlet di Luca Ricolfi, potremmo metterla così: uno dei motivi, non il principale, per carità, ma nemmeno l’ultimo, per il quale la sinistra perde spesso le elezioni è che ha un elettorato più esigente di quello della destra.
L’elettore di sinistra, e già con questa espressione stiamo dicendo tutto e niente, perché ci potrebbero rientrare tipi antropologicamente molto distanti, ha aspettative mediamente più alte del suo omologo di destra. Non si accontenta. Vuole qualcosa che gli assomigli il più possibile, che lo gratifichi in tutte le convinzioni. Anche per questo il settore è pieno di scontenti. C’è l'elettore più riformista, stufo delle ammucchiate, e oggi della retorica da campo largo, che da anni chiede coraggio: “Non voglio più votare contro qualcuno, voglio votare per qualcuno”. C’è quello più radicale, incazzoso, che protesta per l'annacquamento dei princìpi a lui cari: “Basta con il ricatto di votare il meno peggio!”. Ai tormenti di quest'ultimo genere di elettore pensava Il Terzo segreto di satira quando coniò un formidabile slogan in un finto spot circolato prima delle ultime Politiche: “Pd, perché quando sei nel deserto anche la piscia è champagne”.
Più facilmente dell’elettore della fu Casa delle libertà, che in genere quando è scontento cambia partito senza mettere piede fuori dalla coalizione, quindi il 30 per cento di Berlusconi diventa il 30 per cento di Salvini e infine quello di Meloni, l’elettore di sinistra tende a disperdersi, perché lo scissionismo tipico dell’area non è mica una questione di classi dirigenti litigiose, è da sempre uno specchio fedele delle pulsioni di base. Dunque qualcuno si astiene, i più sinistrorsi si sfogano in un rapporto occasionale con Potere al popolo, i più moderati provano Calenda - si tratta comunque di sesso estremo in entrambi i casi - molti sono passati al Movimento 5 Stelle convinti di votare un partito più di sinistra, il che spiega perché Ricolfi toppò l’analisi in quel suo famoso libro: quelli di sinistra non sono antipatici. Al limite, talvolta, un po’ fessi.
Essendo queste le basi di partenza, la costruzione del cosiddetto campo largo sembra fatta apposta per produrre malumori da ogni lato, di qua e di là, sopra e sotto. Quei grillini che non vogliono il Pd, e viceversa. I renziani che non vogliono i grillini, e viceversa. I calendiani che non vogliono i renziani, e viceversa. Lo spettro delle patologie da campo largo è molto esteso. Non è l'unico problema. Una coalizione da Fratoianni a Calenda o Renzi, passando per Conte e Schlein, può scrivere un programma unitario che non si limiti al salario minimo e pochi altri punti? Una coalizione simile, vincesse le elezioni, può formare un governo coeso e duraturo? Una coalizione nella quale il Movimento 5 Stelle è il secondo azionista può avere una linea di politica estera condivisa? Con onestà intellettuale, bisogna dire che al momento la risposta a tutte queste domande è: no.
In un mondo ideale il principale partito d’opposizione cercherebbe la forza per far valere nelle urne le proprie ragioni e, con una proposta chiara e senza troppi compromessi, proverebbe a guadagnarsi da solo il governo del Paese. Non si può nemmeno dire che dal sogno ci si svegli sudati, ha cominciato a fare freddo. D’altra parte, però, è troppo facile prendersela con la mancata autosufficienza del Pd: con una legge elettorale sciaguratamente basata sulle coalizioni, pensare che un partito che si presenta da solo al voto possa vincere le elezioni è come pretendere che in una partita di calcio una squadra con otto giocatori ne batta una che sta in campo con gli undici regolari.
Anche Giorgia Meloni governa solo grazie al meccanismo della legge elettorale. Se l’Italia ne avesse una seria, e non l'ennesima baracconata maggioritaria di cui il centrosinistra porta le più gravi responsabilità ideologiche, Fratelli d’Italia con il suo 25 per cento avrebbe rischiato seriamente di fare la fine di Le Pen in Francia e Wilders in Olanda, e Meloni oggi, anziché a Palazzo Chigi, sarebbe nel suo ufficio di via della Scrofa a lucidare con il Sidol la Fiamma di Almirante. Avrebbe gridato al golpe, naturalmente, ma solo perché agli ex missini sfuggono alcune caratteristiche di base della democrazia parlamentare, che è poi il motivo per cui vogliono abbatterla definitivamente con il cosiddetto premierato. Dice: ma forse non ci riusciranno. Può essere. Ma se anche la destra rinunciasse domattina a procedere sulla riforma costituzionale, e ovviamente non succederà, troverà comunque il modo di scardinare le istituzioni anche senza degradare ufficialmente il Quirinale a succursale di Palazzo Chigi. Se Meloni ottenesse alle prossime elezioni un nuovo mandato di governo, c'è un naturale candidato alla carica di prossimo presidente della Repubblica: Ignazio La Russa. Il seguito della legislatura potete immaginarlo.
Questo scenario dovrebbe essere chiaro a chi ha la responsabilità di costruire un’alternativa, e il dovere di farlo nel modo più credibile, ma pure agli elettori ai quali questa alternativa si rivolge, chiamati a superare l’istintiva repulsione per un accrocchio che, al momento, non ha un capo e non ha una coda e che però ha ancora un po’ di tempo per provare a darseli, per quel che è possibile e realistico. Se invece Meloni al governo e La Russa al Quirinale non vi fanno effetto, nessun problema: potete comprare champagne in quella buonissima enoteca, lì dietro quelle dune di sabbia, dove sta il cammello.