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“Netanyahu è benvenuto”. Salvini contro i giudici, Meloni irritata lo frena

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Governo diviso sul mandato di arresto. La premier: al G7 valuteremo la sentenza ma Israele non è Hamas
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È di umore tetro, Giorgia Meloni. L’ennesima fuga in avanti di Matteo Salvini sulla Corte penale internazionale che ha dichiarato Benjamin Netanyahu criminale di guerra — «Se venisse in Italia sarebbe il benvenuto» — l’ha fatta andare su tutte le furie.

Non perché, nella sostanza, non condivida lo scudo alzato dal leghista a protezione del premier israeliano, anzi: per la presidente del Consiglio è comunque da preferire alla posizione espressa dal “suo” ministro della Difesa, Guido Crosetto, andato in tv a dire che, pur reputando «sbagliata» la sentenza, riterrebbe giusto arrestarlo qualora mettesse piede nel nostro Paese. Il fatto è che la sortita del vicepremier padano, oltre a scavalcarla sulla linea dura che semmai avrebbe dovuto dettare lei per prima, finisce ancora una volta per far emergere la confusione all’interno dell’esecutivo. Sulla politica estera, per di più: il varco dove il mondo intero la aspetta da sempre, in Europa e al di là dell’oceano.

Perciò a metà pomeriggio de…

È di umore tetro, Giorgia Meloni. L’ennesima fuga in avanti di Matteo Salvini sulla Corte penale internazionale che ha dichiarato Benjamin Netanyahu criminale di guerra — «Se venisse in Italia sarebbe il benvenuto» — l’ha fatta andare su tutte le furie.

Non perché, nella sostanza, non condivida lo scudo alzato dal leghista a protezione del premier israeliano, anzi: per la presidente del Consiglio è comunque da preferire alla posizione espressa dal “suo” ministro della Difesa, Guido Crosetto, andato in tv a dire che, pur reputando «sbagliata» la sentenza, riterrebbe giusto arrestarlo qualora mettesse piede nel nostro Paese. Il fatto è che la sortita del vicepremier padano, oltre a scavalcarla sulla linea dura che semmai avrebbe dovuto dettare lei per prima, finisce ancora una volta per far emergere la confusione all’interno dell’esecutivo. Sulla politica estera, per di più: il varco dove il mondo intero la aspetta da sempre, in Europa e al di là dell’oceano.

Perciò a metà pomeriggio decide di farsi sentire: l’attendismo di Palazzo Chigi, spiega, è figlio di una scelta ponderata, serve per condividere con gli altri partner europei e occidentali la valutazione sul verdetto del tribunale dell’Aja. Aggiungendo però «un punto fermo», utile a chiarire da che parte sta: «Per questo governo non ci può essere una equivalenza tra le responsabilità dello Stato di Israele e l’organizzazione terroristica Hamas».

Un modo per stoppare Salvini, che ormai gioca a stanarla anche quando lei consiglia prudenza, e parla come se fosse lui il premier. Non solo smentendo nettamente il titolare della Difesa, ma violando la consegna del silenzio che Meloni s’era imposta «in attesa di approfondire la questione», costretta a romperla dopo diverse ore, sia per evitare equivoci, sia per sottrarsi al fuoco di fila delle opposizioni.

«Conto di incontrare presto esponenti del governo israeliano e se Netanyahu venisse in Italia sarebbe il benvenuto, i criminali di guerra sono altri», taglia corto al mattino il segretario della Lega a margine del congresso dell’Anci. «Non entro nel merito delle dinamiche internazionali», incalza: «Israele è sotto attacco da decenni, i cittadini israeliani vivono con l’incubo dei missili e con i bunker sotto le case... Ora, dire che il criminale da arrestare è il premier di una delle poche democrazie che ci sono in Medio Oriente mi sembra irrispettoso e pericoloso», insiste. «Perché Israele non difende solo se stesso, ma anche le libertà, le democrazie e i valori occidentali. Mi sembra evidente che sia una scelta politica dettata da paesi islamici che sono maggioranza in alcune istituzioni internazionali».

L’intero repertorio della destra nazional-populista squadernato in un’unica dichiarazione. Che fa saltare i nervi a Meloni per una ragione: in una fase di grandi cambiamenti geopolitici, in cui la premier sta provando a ritagliarsi un ruolo, per giocare da protagonista nella nascente “Internazionale sovranista” teorizzata dall’argentino Milei insieme a Donald Trump e allo stesso Netanyahu, non può certo essere il suo numero due a indicare la posizione dell’Italia sul conflitto arabo-israeliano. Perciò, dopo l’uscita di Salvini, non può starsene zitta, far finta di nulla.

Prima, concorda con l’altro vice che siede alla Farnesina un netto altolà: «La linea è quella del presidente del Consiglio», replica a stretto giro un Antonio Tajani parecchio stizzito. Quindi, intorno alle 4 del pomeriggio, Meloni utilizza più o meno le stesse parole per sancire la collocazione del governo tricolore. «Approfondirò in questi giorni le motivazioni che hanno portato alla sentenza della Cpi», mette a verbale. «Motivazioni che dovrebbero essere sempre oggettive e non di natura politica. La presidenza italiana del G7 intende porre il tema alla prossima ministeriale Esteri che si terrà a Fiuggi dal 25 al 26 novembre». Per poi negare «l’equivalenza tra le responsabilità dello Stato di Israele e l’organizzazione terroristica Hamas». Un equilibrismo necessario a placare i distinguo nell’esecutivo e a non farsi sorpassare da Salvini sul fronte sovranista, senza tuttavia infrangere la pax europea faticosamente raggiunta.

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