Razzi sui militari italiani, 4 feriti in Libano. Crosetto: “Nessuno usi le basi Unifil come scudi”
di Fabio TonacciTre attacchi in una settimana fanno una prova: i soldati italiani di Unifil sono usati come scudi sia da Hezbollah, sia dalle truppe israeliane. Ieri altri due razzi lanciati dai miliziani sciiti hanno colpito l’interno della base di Shama, quartier generale del contingente italiano da cui, nel sud del Libano, dipende il settore ovest della missione Onu. Quattro militari della Brigata Sassari sono rimasti leggermente feriti.
Guido Crosetto è furioso e per la prima volta denuncia esplicitamente la pericolosa tattica di «farsi scudo» con i caschi blu. «Ho chiesto di evitare il più possibile i combattimenti vicino alle nostre basi all’unico interlocutore cui posso chiederlo: Israele», scrive su X il ministro della Difesa, al termine di una giornata assai complicata.
Andiamo con ordine. Alle 12.30 di ieri ora di Beirut due razzi da 122 millimetri, molto probabilmente dei Grad di fabbricazione cinese o coreana, piovono all’interno del perimetro di Shama. La sirena di allarme risuona dalla …
Tre attacchi in una settimana fanno una prova: i soldati italiani di Unifil sono usati come scudi sia da Hezbollah, sia dalle truppe israeliane. Ieri altri due razzi lanciati dai miliziani sciiti hanno colpito l’interno della base di Shama, quartier generale del contingente italiano da cui, nel sud del Libano, dipende il settore ovest della missione Onu. Quattro militari della Brigata Sassari sono rimasti leggermente feriti.
Guido Crosetto è furioso e per la prima volta denuncia esplicitamente la pericolosa tattica di «farsi scudo» con i caschi blu. «Ho chiesto di evitare il più possibile i combattimenti vicino alle nostre basi all’unico interlocutore cui posso chiederlo: Israele», scrive su X il ministro della Difesa, al termine di una giornata assai complicata.
Andiamo con ordine. Alle 12.30 di ieri ora di Beirut due razzi da 122 millimetri, molto probabilmente dei Grad di fabbricazione cinese o coreana, piovono all’interno del perimetro di Shama. La sirena di allarme risuona dalla mattina perché nella zona collinare tra Shama e Bayada gli scontri tra Idf e Partito di Dio si sono fatti intensi. I militari della Brigata Sassari sono rifugiati nel bunker, indossano elmetti e giubbotti antiproiettili come prevedono le norme di sicurezza nel caso di allerta a livello tre, il più alto.
Il primo razzo esplode vicino a Casa Italia, lo spaccio dove i soldati di solito vanno a mangiare la pizza, il secondo a pochi metri dal locale tecnico attiguo alla sede della polizia militare internazionale dove sono di stanza dei graduati provenienti dalla Tanzania.
L’onda d’urto delle due deflagrazioni, oltre a danneggiare un mezzo parcheggiato, manda in frantumi le vetrate del bunker che pure è irrobustito da un telaio di acciaio ed è protetto da diversi strati di bastioni Hesco, di quelli che si usano per controllare le inondazioni. I frammenti dei vetri investono quattro soldati che vengono quindi portati in infermeria. «Feriti in modo lieve, nessuno è in pericolo di vita», recita il bollettino medico. Ma la reazione del governo italiano va oltre quel referto tutto sommato tranquillizzante.
A Shama è infatti il terzo “incidente”, se così lo si vuol chiamare, in sette giorni. Il 19 novembre cinque razzi di una batteria di otto, anch’essi lanciati da Hezbollah o da una delle milizie affiliate, hanno distrutto il deposito di ricambi meccanici, mentre qualche giorno prima un proiettile inesploso da 155 millimetri è rimbalzato all’interno delle mura di cinta ed è stato neutralizzato dagli artificieri italiani con una detonazione controllata.
Difficile definirli episodi del tutto casuali. Già un mese fa Repubblica raccontava il nascondino bellico, cioè la prassi delle unità dello Stato ebraico e di Hezbollah di posizionarsi sui fianchi delle colline immediatamente sotto alle strutture Unifil. Il motivo è duplice: da una parte trovare un riparo fisico dai razzi, dall’altra indurre il nemico nell’errore tirando sui caschi blu e scatenando la reazione ufficiale degli Stati che partecipano alla missione. Con i razzi vetusti e imprecisi che stanno usando in questa fase i miliziani sciiti, succede sempre più di frequente.
Crosetto ha telefonato al ministro della Difesa israeliano Israel Katz. «Mi ha assicurato che stanno facendo ogni sforzo per proteggere le forze e le postazioni di Unifil». Adesso vuole che le Nazioni Unite assumano una linea più netta. «Ho chiesto al rappresentante militare italiano al Palazzo di Vetro di sollecitare un esame approfondito della situazione sul campo e dei rischi», spiega Crosetto. «Serve una presa di posizione chiara delle Nazioni Unite che si spenda per allontanare i conflitti dalle basi Unifil».
Dall’inizio degli scontri armati in Libano si contano 160 attacchi, volontari o meno, alle basi Unifil, 40 solo nell’ultimo mese e mezzo. Sono rimasti coinvolti peacekeepers ghanesi, irlandesi, nepalesi, francesi, malesiani. Ora, e sempre di più, ci vanno di mezzo i soldati italiani.