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I Cinquestelle licenziano Grillo, vince Conte: sporchiamoci le mani

Giuseppe Conte

 

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L’ex premier confermato leader. Addio al garante e al limite dei due mandati. Passa a larga maggioranza l’apertura alle alleanze. L’identità sarà “progressista” ma la platea plaude alla “rossobruna” tedesca Wagenknecht e alla sua sortita anti migranti
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Alla fine di un lungo e a tratti macchinoso processo pre-congressuale durato mesi, alla fine di quattro giorni di voto online e di due in assemblea dal vivo all’Eur, vince Giuseppe Conte su tutta la linea. La base del M5S con il 63 per cento di sì fa fuori il garante e fondatore Beppe Grillo, certifica l’identità “progressista indipendente” del partito, dà il via libera all’alleanza con il centrosinistra, seppur vincolando il tutto ai programmi, infine benedice il superamento del totem dei due mandati.

Perde 3-0, sconfitta a tavolino per chi non si presenta in campo, l’area movimentista legata al vecchio Movimento: Grillo non si fa vedere, né in carne e ossa né da remoto, limitandosi ad uno stato Whatsapp più o meno criptico («da francescani a gesuiti»); i vari Danilo Toninelli o Virginia Raggi idem; e la diserzione del voto non funziona, su 89 mila aventi diritto sui punti focali si esprimono in 54 mila, cioè quasi 10 mila in più di quanto necessario per superare il quorum.

Per il…

Alla fine di un lungo e a tratti macchinoso processo pre-congressuale durato mesi, alla fine di quattro giorni di voto online e di due in assemblea dal vivo all’Eur, vince Giuseppe Conte su tutta la linea. La base del M5S con il 63 per cento di sì fa fuori il garante e fondatore Beppe Grillo, certifica l’identità “progressista indipendente” del partito, dà il via libera all’alleanza con il centrosinistra, seppur vincolando il tutto ai programmi, infine benedice il superamento del totem dei due mandati.

Perde 3-0, sconfitta a tavolino per chi non si presenta in campo, l’area movimentista legata al vecchio Movimento: Grillo non si fa vedere, né in carne e ossa né da remoto, limitandosi ad uno stato Whatsapp più o meno criptico («da francescani a gesuiti»); i vari Danilo Toninelli o Virginia Raggi idem; e la diserzione del voto non funziona, su 89 mila aventi diritto sui punti focali si esprimono in 54 mila, cioè quasi 10 mila in più di quanto necessario per superare il quorum.

Per il presidente del partito difficilmente poteva andare meglio. I pessimi risultati elettorali in Liguria, Emilia-Romagna e Umbria sembrano cancellati con un tratto di penna, la speranza è che aver radunato la comunità 5 Stelle possa servire a rilanciarla anche sul piano del consenso. Come? Col modello Sahra Wagenknecht. La leader tedesca della “sinistra conservatrice”, nata da una scissione della Linke, è l’unica politica esterna invitata. Sta scompaginando la politica nel suo Paese con un mix di temi sociali, laburisti e per la pace, quasi con un occhio di riguardo alle ragioni russe, e una critica all’immigrazione incontrollata e alla “cultura woke”. Conte sul palco dialoga direttamente con lei collegata (e assai applaudita), promettono di vedersi presto a Berlino. «Per taluni, politica è parlare solo di alleanze. Per noi non è un fine ma un mezzo, per cambiare la società e combattere battaglie giuste. Chiariamolo a tutto il sistema: vogliamo cambiare la società», chiarisce meglio l’ex presidente del Consiglio nel suo intervento conclusivo. E poi: «Essere progressisti non significa disquisire nei salotti buoni, noi siamo pronti a sporcarci le mani».

Dopodiché il voto sui due mandati, cioè il superamento della regola aurea che si erano dati Grillo e Gianroberto Casaleggio, avrà l’effetto di far tornare in pista un pezzo di vecchio M5S, rimasto ai margini una volta fuori dalle istituzioni, o comunque non più spendibile elettoralmente. Quindi ad esempio si è rivisto Alfonso Bonafede, accolto con affetto dalla base; per Roberto Fico si aprono le porte di una possibile candidatura alla guida della Campania con il fronte progressista. Resta da capire come Conte vorrà modificare la regola recependo le indicazioni degli iscritti, ma la sostanza è chiara e tornerà comoda a molti, e con questo ad esempio si capisce il silenzio di Raggi, interessata dalla riforma.

Sulle proposte più politico-programmatiche, sono confermate battaglie e sensibilità del passato, come ad esempio: sanità pubblica e nazionale e non regionale; legge sul fine vita; ingresso dei lavoratori nella proprietà e governance aziendale; abolizione del contante; obbligatorietà del servizio civile; legalizzazione della cannabis. Interessante vedere anche le percentuali di voto sul posizionamento politico: “progressisti indipendenti” per il 37 per cento degli iscritti (che ricalca un po’ la linea di Chiara Appendino), 22 per cento “forza progressista”, 11 per cento “forza di sinistra” (così aveva votato ad esempio Stefano Patuanelli) e “nessun posizionamento” per un altro 26 per cento. L’81 per cento dei votanti ha detto no a vietare alleanze al M5S, altro punto che certifica definitivamente e senza appello il cambiamento di pelle rispetto a qualche anno fa, quando anche solo ipotizzare qualcosa del genere veniva considerata una specie di bestemmia. Quanto al simbolo dei 5 Stelle, una eventuale modifica passerà dal voto degli iscritti. Per ora quindi non ci saranno modifiche.

Intanto nel fine settimana Conte sarà ospite dell’assemblea nazionale di Europa verde (Alleanza verdi sinistra) a Chianciano assieme a Elly Schlein, Nicola Fratoianni, Maurizio Landini, Carlo Calenda, oltre ovviamente al padrone di casa Angelo Bonelli. Prima occasione per capire come la vittoria alla costituente 5S influirà sui lavori in corso per costruire un’alternativa alla destra.

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