Ue, il Pd si interroga sul voto con la destra a von der Leyen: “Noi responsabili, ma ora vigileremo”
di Stefano BaldoliniUrsula von der Leyen e Roberta Metsola
ROMA – All’indomani della fiducia alla debolissima nuova Commissione europea, accolta con il minimo dei voti della storia, il Pd, diviso tra senso di responsabilità e voglia di opposizione a Strasburgo, riparte dalle parole della segretaria Elly Schlein, intervistata da Domani: “Non sentiamo questa Commissione come nostra, è giusto che parta ma non faremo dare per scontati i nostri voti”.
“D’accordo con Elly”, sostiene Lia Quartapelle, deputata dem già responsabile esteri del partito. “È evidente che la commissione precedente aveva una missione più chiara, una struttura più funzionale, maggiore presenza socialista. A me però preoccupa il livello di ambizione, – continua Quartapelle – von der Leyen si è dimostrata politica capace, però le sfide soprattutto dopo la presidenza Trump non richiedono solo capacità di mediare, ma di decidere”. Ma perché votare comunque una commissione che si ritiene estranea, finendo per salvare un esecutivo di destra? “Senza il senso di responsabilità del p…
ROMA – All’indomani della fiducia alla debolissima nuova Commissione europea, accolta con il minimo dei voti della storia, il Pd, diviso tra senso di responsabilità e voglia di opposizione a Strasburgo, riparte dalle parole della segretaria Elly Schlein, intervistata da Domani: “Non sentiamo questa Commissione come nostra, è giusto che parta ma non faremo dare per scontati i nostri voti”.
“D’accordo con Elly”, sostiene Lia Quartapelle, deputata dem già responsabile esteri del partito. “È evidente che la commissione precedente aveva una missione più chiara, una struttura più funzionale, maggiore presenza socialista. A me però preoccupa il livello di ambizione, – continua Quartapelle – von der Leyen si è dimostrata politica capace, però le sfide soprattutto dopo la presidenza Trump non richiedono solo capacità di mediare, ma di decidere”. Ma perché votare comunque una commissione che si ritiene estranea, finendo per salvare un esecutivo di destra? “Senza il senso di responsabilità del partito Democratico sia Fitto che von der Leyen oggi non sarebbero stati eletti”, aveva dichiarato a caldo la vicepresidente del Parlamento europeo Pina Picierno. “Dipende tu dove vuoi arrivare”, risponde la dem, “giusto non dare scontati i nostri voti, abbiamo fatto bene a votare la fiducia perché si deve fare politica anche in condizioni molto difficili. Poiché non c’è limite al peggio, e Fitto è tutto sommato più europeista e pragmatico di altri nomi che questa destra avrebbe potuto candidare”.
“Cosa dovevamo fare, far cadere l’ultimo argine ai Patrioti? – risponde l’eurodeputata dem Lucia Annunziata - Far saltare tutto ora per competere con i 5 stelle? Cosa avreste detto in Italia, che avremmo lasciato campo libero a Weber, che avrebbe spostato ancora più a destra questa commissione? Il tema non è la responsabilità del Pd, ma sono i numeri di Strasburgo e la fotografia politica dell’Europa, dove i governi sono sempre più di destra. Bisogna accettare il tuo destino di minoranza”. Un errore per Annunziata, guardare solo in casa dem. “Questa volta il Pd ha meno colpe che in altre situazioni, tutti i gruppi politici qui sono esplosi, e la responsabilità è della presidente von der Leyen che ha spinto al massimo i negoziati con i governi, accettando le loro condizioni. Invece di lavorare a dei nomi che ibridassero politiche nazionali e comunitarie. Pensava così di rafforzarsi ma ha finito per essere più fragile, con gli effetti di portare in superficie il dominio politico della destra ma anche la divisione nella maggioranza e all’interno dei gruppi. I cui riverberi in Italia già iniziano a vedersi”. Tensioni che inizieranno a vedersi già dal voto sull’Ucraina. “Le parti veramente divisive di questa legislatura – continua la giornalista ora di stanza a Bruxelles – sono la transizione verde e la questione guerra-pace. Ecco i veri tormentoni politici che segneranno le divisioni nella Commissione, nell’attesa e la speranza che Trump riconosca l’Ue”.
Per il senatore dem Filippo Sensi, già a palazzo Chigi con l’allora premier e oggi commissario uscente Gentiloni, quello Pd “è stato un voto di responsabilità e di consapevolezza. Stiamo attraversando un momento geopolitico molto critico, che sfida il ruolo dell’Europa nei mesi e negli anni che verranno. Una commissione spostata a destra, stretta, su una agenda non chiara rischia di non fare gli interessi profondi dell’Europa. Per questo la responsabilità e la vigilanza dei democratici sarà importante, direi essenziale nei passaggi politici che aspettano le istituzioni e i cittadini europei”.
Ma le diverse anime del Pd, anticipate a Strasburgo dal voto contrario degli indipendenti Marco Tarquinio e Cecilia Strada, iniziano a emergere. Come per esempio Paolo Ciani, di Pd-Demos, che rivela di aver parlato con l’”amico” Tarquinio nelle ore del voto. Però, – aggiunge Ciani – “comprendo che il principale partito di centrosinistra non voglia lasciare il campo alle destre”. “Credo nella segretaria, – conclude – che ci sia stato uno spostamento a destra è sicuro, ma è altrettanto importante in un momento così importante l’Europa mantenga saldo il baricentro dei fondamenti Ue. In questo senso mi spiego il passaggio sui nostri voti non dati per scontati”.
Non manca la lettura diversa di un riformista come Giorgio Gori che in un colloquio con il Foglio considera l’intera vicenda come “un’opportunità” per Italia e Europa. “Non è von der Leyen che va a destra, ma è Meloni che viene al centro”, l’opinione dell’ex sindaco di Bergamo approdato a Strasburgo.